Ansa

lettere al direttore

Un buon ricambio di energia e competenza per la guida della Consob

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Antonio Rinaldi si candida come sindaco di Roma. Panico all’Eur.
Giuseppe De Filippi


Eur-exit!

 

 



Al direttore - Intervistato da Ginevra Leganza sul Foglio, Goffredo Bettini ha chiarito le ragioni profonde del suo voltafaccia per il No alla separazione delle carriere. Altro che difesa della ditta, come direbbe Bersani. La posta in gioco è ben più alta. Perché “se Meloni dovesse vincere il referendum, avrebbe le condizioni per instaurare una permanente svolta autoritaria”. Ci troveremmo di fronte, insomma, a un classico caso di eterogenesi dei fini: una riforma dell’ordinamento giudiziario concepita dal socialista Giuliano Vassalli, medaglia d’argento della Resistenza, che spiana la strada a una riedizione della Repubblica di Salò. Quello di Bettini sarà anche un “pensiero lungo” di ingraiana memoria, mi pare però un po’ sopra le righe. Anche perché, in tale pensiero, i tanti sostenitori del Sì di cultura liberale e riformista diventano gli utili idioti di una destra che intende prendere i pieni poteri. Ma – sostiene Bettini – il “contesto è merito”, tant’è che “appena ho dichiarato che ero aperto al Sì, ho sentito una pressione dei giornali di destra. Hanno utilizzato il mio nome a dismisura. Per colpire il partito e tutta la mia parte politica”. Ora, parafrasando Totò, ognuno ha l’ego che ha, ma qui si esagera. L’Anm e soci, comunque, ringraziano. Non basta. Alla domanda: “Mente Meloni quando dice che il voto non è un plebiscito su di lei?”, ecco la stupefacente risposta: “Sì. Se fosse la verità del suo animo, avrebbe lasciato libertà di voto”. Già, ma allora per quale motivo non la lascia Elly Schlein? Forse perché considera il referendum un plebiscito contro la premier? Attenzione, quindi: ognuno ha il suo “contesto [che] è merito”. E, nel suo nome, si finisce col ricorrere e giustificare qualsiasi menzogna pur di vincere la partita. E quando la menzogna diventa una merce a buon mercato, la verità non ha più alcun senso o valore. E questo non è bello per una sinistra etica, custode del “Bene”, che ritiene di stare sempre dalla parte giusta della storia. 
Michele Magno

 


 

Al direttore - L’impasse sulla nomina del presidente della Consob non è un fatto nuovo nella storia del conferimento di cariche pubbliche, spesso attraversata da lottizzazioni, soprattutto in presenza di governi deboli quando la mediazione tra le diverse “quote di potere” era inevitabile. E’ difficile oggi, però, considerare quello in carica un esecutivo debole; altre aggettivazioni di converso possono essere impiegate, ma non riguardanti la debolezza. E’, tuttavia, un fatto che nessun governo finora ha mai voluto promuovere una regolamentazione analitica di criteri, requisiti, idoneità, incompatibilità e conflitti di interesse concernenti le nomine pubbliche ai quali attenersi poi nelle singole decisioni. Si è pure tentato all’opposto di estendere la procedura di un simil-concorso, della manifestazione cioè di interesse, alla quale far seguire la decisione secondo i suddetti criteri. Ma poi non si sono fatti passi avanti. La sola ineccepibile scelta, anche per la normativa che la regola, è quella del governatore della Banca d’Italia (è richiesto il fondamentale parere del Consiglio superiore dell’Istituto) e degli altri componenti il Direttorio (nomina da parte del Consiglio superiore e approvazione con dpr). I risultati sempre positivi sono evidenti. Comunque, per la Consob, occorrerebbe uno “scatto”, non temporeggiare e decidere un candidato, al limite anche interno, ineccepibile per professionalità, competenza, idoneità, reputazione, onorabilità e, non per ultimo, autonomia intellettuale. Sarebbe una importante prova di credibilità del governo. Con i migliori saluti. 
Angelo De Mattia

 

Personalmente, non vedo una sola ragione per non augurarsi che un profilo serio come quello di Federico Freni possa portare un po’ di energia, di forza, di competenza e di buona prosa alla presidenza della Consob. 

 


 

Al direttore - Da molti anni porto ai ragazzi delle scuole, e non solo a loro, la testimonianza della mia famiglia ebraico-romagnola, quasi totalmente sterminata ad Auschwitz. Lo faccio col cuore, con passione. Quest’anno succede qualcosa che, forse, era prevedibile: rari gli incontri o i dibattiti ai quali vengo invitato, si fanno eventi nei quali la parola “ebreo” non compare. Insomma, c’è un desiderio nemmeno celato di degiuistizzare la Shoah. A questo punto mi chiedo se abbia un senso un tale Giorno della memoria. Grazie per la sua attenzione. 
Roberto Matatia

 

La domanda è giusta. Una risposta a questa domanda lunedì prossimo la darà sul Foglio il nostro amico David Parenzo.

 


 

Al direttore - Ho prenotato il suo “Antidoto” e non vedo l’ora di leggerlo. Tra le due filosofie di vita, pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, non ho problemi di scelta, anche se navigare nel quinto ventennio non è cosa facile. Ma se mi volgo indietro e faccio scorrere il film del mio tempo, non posso non pensare che la lettura del libro sarà un ottimo antidoto di sopravvivenza etica sia politica che culturale. Auguri. Cordialmente. 
Antonio Gallo

 

 

Grazie. Le piacerà, spero, dal 27 gennaio lo trova. Ma il vero antidoto contro la dittatura del rancore e l’industria del pessimismo resta il Fogliuzzo. Appuntamento al 30 gennaio: sorprese in vista per il nostro compleanno.

 


 

Al direttore - Il latte è prodotto in tutti i paesi del mondo, un caso quasi unico, e circa il 15 per cento entra nel commercio internazionale sotto forma di derivati conservabili. Ne deriva un sistema di vasi comunicanti che trasmette i prezzi con grande rapidità. Il principale è l’arteria delle esportazioni europee, che rappresentano il 30 per cento del commercio mondiale e il 15 per cento della produzione interna. L’Europa è dunque fortemente esposta ai prezzi globali. La rigidità dell’offerta amplifica anche minime variazioni quantitative. Il burro, la commodity più volatile al mondo, può oscillare del +100 o -50 per cento in due anni. A questo si aggiunge l’effetto dei cambi: quando il dollaro perde il 15 per cento sull’euro, è come se fuori dall’Europa comparisse un cartello “saldi del 15 per cento”. Il terremoto valutario ha ridotto i ricavi degli esportatori europei e una forte ripresa produttiva, spinta da prezzi del latte molto alti e da mangimi a basso costo, ha completato il quadro. Il calo dei prezzi ha rimesso in moto il consueto sistema politico-sindacale che ruota attorno agli allevatori. Apprezzabile l’attenzione, meno l’armamentario: ammassi e interventi pubblici. L’unico vero strumento anticiclico è il prezzo lasciato libero di funzionare. I prezzi incorporano miliardi di informazioni e, se non manipolati, accorciano i cicli: guidano gli operatori a riequilibrare spontaneamente domanda e offerta. Ogni intervento esterno, come l’acquisto pubblico, invia segnali opposti e prolunga l’eccesso di offerta, danneggiando allevatori e contribuenti. Lo dimostra la storia dell’Ocm latte: da quando l’Ue ha abbandonato gli acquisti sistematici, i prezzi si sono collocati su livelli più alti. Con le scorte pubbliche, nessuno paga di più. E il consumatore non guadagna: paga come contribuente, visto che la Pac arrivava ad assorbire metà del bilancio Ue. A beneficiarne erano politica e sindacati. L’Europa degli interventi è stata ridimensionata, ma la cultura che la sorregge resiste. Persino la Bibbia insegna che le vacche non possono essere sempre grasse. L’Ue vuole riscriverla a Bruxelles?
Roberto Brazzale