LaPresse
Lettere
Perché le università non fanno con l'Iran ciò che hanno fatto con Israele
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
Al direttore - Non capisco come gli attivisti italiani si rallegrino della difesa di Trentini dal processo e non nel processo.
Giuseppe De Filippi
Al direttore - Le risulta, caro Cerasa, un impegno assiduo dei nostri atenei nel dare disdetta degli accordi con le università iraniane? E quante amministrazioni regionali e locali hanno interrotto i rapporti istituzionali con l’Iran? Per non parlare degli eventi sportivi, delle fiere, delle manifestazioni e quant’altro nonché degli slogan “Iran libero dal fiume al mare”.
Giuliano Cazzola
Di nomi di università che hanno sospeso accordi con gli atenei israeliani ce ne sono tantissimi: da Pisa a Bologna. Di nomi di università che hanno scelto di sospendere gli accordi con le università iraniane non ne esiste neanche uno. E’ un’anomalia oggi ma era un’anomalia anche prima dei massacri in Iran. Che dimostra una verità difficile da ammettere ma necessaria da affermare: prima di fare accordi strutturali con un paese guidato da una dittatura e di rompere accordi con un paese democratico forse bisognerebbe in entrambi i casi contare almeno fino a tre.
Al direttore - Valeria Fedeli era una donna intelligente e simpatica, coraggiosa e ironica. Sono caratteristiche che si rafforzano a vicenda ma che sovente mancano ai politici e, quando mancano, mancano tutte assieme. Con la sua storia e la sua umanità Valeria le ha incarnate nel modo migliore. Nello sfondo del suo profilo X c’è un banner che dice: “E’ bello scegliere da che parte stare”. Può farlo pienamente solo chi è forte non solo e non tanto delle proprie convinzioni, quanto del rispetto per “l’altra parte” e della voglia di confrontarsi. La lezione di Valeria Fedeli, data con l’esempio e con la vita vissuta, è che le idee esistono e possono essere affermate, anche con forza, solo nel rapporto reciproco.
Carlo Stagnaro
Al direttore - Intervenendo alla Camera, il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano ha detto (testuale): “Sarà la volontà del popolo a portare al cambiamento, dall’interno, non gli interventi unilaterali esterni, non i bombardamenti israelo-americani; un popolo, che sta dando una lezione di coraggio al mondo (…)”. Che stia dando una lezione di coraggio al mondo è certo. Anche, però, alle forze politiche che fanno discorsi in Parlamento, ma che non riescono a organizzare nemmeno uno straccio di manifestazione nazionale di solidarietà (come è accaduto per l’Ucraina, ma su questo stendiamo un velo pietoso). Ora, se ho capito bene, la resistenza iraniana se la deve cavare da sola, dando fondo al suo indubbio eroismo. Come quella italiana, insomma, che se la cavò da sola senza interventi unilaterali esterni e i bombardamenti anglo-americani. O come quella vietnamita, che se la cavò da sola senza gli interventi unilaterali esterni e gli aiuti militari russi e cinesi. O come quella kosovara, che se la cavò da sola senza l’intervento unilaterale esterno della Nato e i bombardamenti sulle truppe serbe. E poi a che servono gli interventi unilaterali e i bombardamenti quando c’è l’Onu, nel cui Consiglio di sicurezza siedono Mosca e Pechino, e la cui commissione per i diritti umani è presieduta da un funzionario di Teheran? E’ triste dirlo, ma non ci resta che sperare in una sana follia di Trump.
Michele Magno
Bisognerebbe prendere urgentemente lezioni da un grande Paolo Flores d’Arcais, ex direttore di MicroMega, che proprio su MicroMega ieri ha scritto parole sagge sul tema. Su due punti. Il primo: “Se in Italia ci fossero ancora delle sinistre sarebbero già scese in piazza. In massa. Con tutti i loro dirigenti. Invece nulla. Se ci fossero studenti di sinistra l’Italia sarebbe punteggiata di facoltà e licei occupati al grido unanime di ‘Libertà per l’Iran’. Invece nulla. Se ci fossero organizzazioni femministe già avrebbero fatto risuonare le città italiane del grido ‘Donna, vita, libertà’, a fiumi. Invece nulla”. Il secondo: “La violenza mirata contro i despoti islamisti dell’Iran, se aiuterà donne e giovani in rivolta, se ridurrà o fermerà la carneficina, potrebbe essere più etica, assai più etica, di ogni ignavia che lascia – in nome del diritto internazionale – libertà di mitraglia e di impiccagione ai criminali islamisti al potere a Teheran”.