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Lettere
L'Ue a due velocità, via salvifica per aggirare l'unanimità
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
Al direttore - Quanto sarebbe bello se Landini e compagnia bella scendessero in piazza per solidarizzare con chi, in Iran, tenta di rovesciare un feroce regime teocratico piuttosto che con Maduro?
Giulio Franchi
Iniziare a scendere in piazza contro i regimi che rendono i sindacati illegali sarebbe non solo una buona idea in senso generale, ma anche un esercizio salutare. Servirebbe a ricordare, per esempio, che esistono allarmi democratici veri, che costano carcere, torture e silenzio forzato, ed esistono allarmi democratici farlocchi, che di solito prosperano nelle democrazie libere, dove manifestare è consentito, dove criticare è legittimo e dove i teorici difensori dei più deboli tendono a usare i lavoratori non per proteggere i loro interessi ma per tutelare un bene più prezioso: le ambizioni dei sindacalisti.
Al direttore - Caro Luciano Capone, ho apprezzato il tuo articolo (se mi consenti il tu) sulla delirante simpatia della Cgil per un terzomondismo d’antan. Tuttavia, essa non è certamente “storica”. Perché, come è ovvio, comincia solo con la segreteria di Maurizio Landini. E’ vero, semmai, che la sua rappresenta una rottura nella cultura storica – questa sì – di un sindacato che nel corso del Novecento e nel primo passaggio di secolo ha sempre sostenuto – idealmente e materialmente – le lotte sindacali contro ogni forma di dittatura, e non solo nell’est europeo o nel continente latinoamericano. Credo che sia sufficiente ricordare le figure di Luciano Lama e di Bruno Trentin per dare credito a quanto sostengo. Beninteso, nella Cgil è sempre esistita una componente massimalista (ai miei tempi era chiamata la “terza”) in cui coesistevano vetero-marxismo e teologia della liberazione. Gli eredi di questa componente oggi dirigono la confederazione fondata da Giuseppe Di Vittorio, e cioè di colui che nel 1956 si oppose a Togliatti quando i carri armati sovietici entrarono a Budapest. Come è potuto accadere? Le ragioni sono molteplici e profonde, e qui non è possibile enumerarle. Ritengo però che fare la domanda giusta sia già dare una mezza risposta. Infine, mi sia permessa una nota personale. Sono stato responsabile dell’Ufficio internazionale della Cgil fino al mio passaggio, nel 1984, alla sezione lavoro del Pci. Mi ha poi sostituito Claudio Sabbatini, messo ai margini dall’organizzazione dopo la dura sconfitta della Fiom alla Fiat Mirafiori di quattro anni prima. Confesso di essermi speso non poco affinché gli venisse affidato il nuovo incarico, peraltro poi svolto egregiamente. Perché l’ho fatto? Non solo per tirarlo fuori da una depressione drammatica, ma perché riconoscevo al “sandinista” il non piccolo merito di aver impedito a molti suoi seguaci di ingrossare le file delle Br. Ho commesso un errore? Ancora non lo so. Caro Luciano, con grande stima.
Michele Magno
Al direttore - Alla mia critica, forse eccessiva perché “ante tempus” o comunque apparsa eccessiva sulla mancanza di risposte adeguate dell’Unione alla revoca del visto di ingresso negli Usa di Thierry Breton e di altri personaggi, il Foglio ha risposto di non avere dubbi sul fatto che una reazione dell’Unione vi sarebbe comunque stata. Ora, però, si può constatare che non solo non vi è stata l’attesa non platonica risposta per questo caso, ma che anche per il Venezuela si è assistito a un “flatus vocis” anche se poi la voce è aumentata (lievemente) per il caso Groenlandia. Possiamo ancora non nutrire dubbi sull’adeguatezza dell’Unione, almeno in questo versante? O non si sta scivolando, retrocedendo, verso quella che fu soltanto Unione economica e monetaria?
Angelo De Mattia
O forse, caro De Mattia, si sta andando verso una salvifica Unione a due velocità, dove chi non vuole decidere non decide ma dove invece chi vuole decidere trova delle vie creative per aggirare la dittatura dell’unanimità? Chissà.