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La mozione Maxibon e il Pd. Il flop dello sciopero a scuola: solo il 6% di adesioni. Segnali

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - “Se Draghi incarna la stabilità dell’Italia, cosa vera, non è un’incoscienza assoluta spingerlo a restare nel palazzo politico più instabile del paese?”. Scrive bene, caro direttore: per Draghi e per l’Italia, sette anni al Quirinale sono meglio di uno a Palazzo Chigi. E lei ha ragione nel ricordare tutti i poteri che la nostra Costituzione assegna al capo dello stato. Una garanzia (nelle mani giuste). Aggiungo alle sue ragioni una preoccupazione in più. Si apre un periodo complicato per il nostro paese, inevitabilmente: il debito cresce e l’inflazione pure. Con questi fondamentali, la speranza di non deragliare nei prossimi anni dipende da come saranno riformate le regole europee. E la riforma dell’Europa dipende a sua volta, in buona parte, da quanto affidabile ed europeista sarà percepita l’Italia: nel medio periodo e non solo nel breve. Ora, ipotizziamo che al posto di Draghi venga eletto un presidente espressione del centrodestra (perché questo è l’esito più probabile, al momento, in alternativa). Premier rimarrà Draghi, naturalmente. Ma per quanto? Le elezioni si avvicinano. E il centrodestra a trazione sovranista, i cui due principali partiti – non uno, ma tutti e due – sono alleati in Europa con le formazioni di estrema destra, sarà a quel punto ancora di più favorito. E dopo le elezioni, come è giusto se vincerà, esprimerà anche il premier (addio Draghi). Che ne sarà a quel punto della riforma dell’Europa? Che ne sarà del nostro Belpaese? No. Meglio fare le cose per bene, con linearità, prudenza e raziocinio. Meglio scegliere per il Colle più alto la persona di maggior prestigio e che più lo merita. E magari, utilizzare queste larghe intese e il tempo che ci rimane da qui al voto per completare alcune riforme bipartisan volte a far funzionare meglio il sistema Italia e a rafforzare le istituzioni della democrazia liberale. Fra queste, anche la legge elettorale, tanto più necessaria dopo il taglio dei parlamentari. Poi, che si voti: si riapra il confronto fra destra e sinistra, la dialettica democratica, senza più il rischio di pericolose derive.
Emanuele Felice, già responsabile Economia del Pd

 

E’ così. Du gust is megl che uan e sette years is megl che uan. A proposito. Ieri, tra i poteri del presidente della Repubblica elencati ne ho citato uno che in realtà non c’è e non ne ho citati tre che in realtà ci sono. L’articolo 92 della Costituzione prevede che i ministri siano nominati con decreto del presidente della Repubblica, ma non specifica, come ho scritto, che il presidente della Repubblica abbia il potere di revocarne direttamente la nomina, cosa che può accadere direttamente solo su proposta del presidente del Consiglio (vedi il parere della Giunta per il Regolamento del Senato del 1984) e cosa che generalmente accade in presenza di una mozione di sfiducia parlamentare. Per quanto riguarda i poteri che ci sono, non ricordati, ce ne sono tre mica male: il presidente della Repubblica può concedere grazia e commutare le pene, oltre che il comando delle Forze armate presiede il Consiglio supremo di Difesa e nomina un terzo dei componenti della Corte. Niente male per un pensionamento. 

 

Al direttore - Difficile prevedere  se dopo la prossima trasformazione in Spa della Popolare di Sondrio decollerà effettivamente il risiko bancario, di cui il Foglio analizza, insieme con le incertezze di qualche banca, le diverse possibilità. Certo è che, se non altro per il lungo tempo trascorso a ipotizzare aggregazioni e convergenze puntualmente poi non realizzatesi, occorrerebbe arrivare a delle certezze in un senso o nell’altro. Una fase di concentrazione e consolidamento nella fascia medio-alta del settore bancario potrebbe essere opportuna  se, e solo se, le aggregazioni servano per meglio corrispondere alla ragion d’essere di una banca: sostenere, cioè,  famiglie e imprese e tutelare meglio il risparmio. Manca, però, un’opera propulsiva, anche se non dirigistica. In questo quadro, qualcuno ipotizza che l’Unicredit possa, fra diversi mesi, ritornare sull’operazione Montepaschi. Si tratterebbe di una decisione assai singolare, per usare un eufemismo. Essa, posto che non si tratterebbe di “melius re perpensa”, di una resipiscenza, presupporrebbe un maggior “favor” per le condizioni poste dal  partner  potenzialmente aggregante rispetto a quelle del fallito negoziato. Ma, allora, perché il Tesoro dovrebbe concedere adesso ciò che non ha voluto concedere nei mesi scorsi? Sarebbe mai pensabile una conclusione del genere dopo che, da parte del Tesoro, sono stati commessi errori  nel predetto negoziato? 
Angelo De Mattia

 

Al direttore - Secondo il Dipartimento della Funzione Pubblica che raccoglie i dati di adesione agli scioperi, alle 17 di ieri solo il 6 per cento del personale ha aderito a quello della scuola indetto da Cgil, Uil e altre sigle. Per la precisione il 6,24% cioè 52.324 lavoratori su un totale di poco più di 900 mila. Era più il personale assente per altri motivi, circa 86 mila, di quelli che hanno condiviso la manifestazione sindacale. Ragione per cui molti studenti sono comunque rimasti a casa, e molte scuole chiuse. Del resto scarso l’interesse sindacale legato a chi il servizio scolastico è indirizzato, e braccia conserte solo per rivendicazioni di chi quel servizio è chiamato a garantire. Non è un mistero che proprio i sindacati della funzione pubblica sono stati a spingere per la chiusura delle scuole anche senza focolai, mentre tutte le altre categorie erano in presenza. “Quella di oggi e quella del 16 dicembre sono la stessa protesta” ha detto la vicesegretaria di Landini Gianna Fracassi “con questa giornata di mobilitazione la scuola dà un grande segnale al paese”. Un segnale del 6 per cento.
Annarita Digiorgio

 

Gli insegnanti dimostrano ancora una volta di essere infinitamente migliori dei sindacati che li rappresentano. 

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