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Per ridare fiducia all'Italia tocca prima ridare fiducia agli italiani

Le lettere al direttore Claudio Cerasa dell'8 luglio 2020

Al direttore - La citofonata di Casaleggio: è vero che qui si governa?

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Un’azienda ha 27 soci, ciascuno rappresenta un proprio settore di sua competenza e ha un proprio bilancio, entrate e uscite, di cui è responsabile, Ogni socio può indebitarsi, gli altri lo aiutano entro certe condizioni: rapporto deficit-pil, patto di stabilità, piani di spesa ben precisi, vincolanti, dettagliati, mirati e, realmente impiegati in quell’ambito. Le azioni non sono però divise in parti uguali. Da qui l’unanimità richiesta per nuovi aumenti di bilancio e di spese. Poi accade che nel tempo, un socio s’indebiti sempre più e non si riveli strutturamene incapace, non solo di presentare progetti credibili ma, addirittura di “spendere” i soldi a disposizione. Tutta la costruzione si regge su comuni interessi e, sulla “fiducia politica” tra i soci. Pandemia, i vincoli finanziari si allentano, si flessibilizzano, si attivano nuovi strumenti di aiuto. Bene, Il pallino rimane alla Commissione, la fiducia politica diventa decisiva come le riforme strutturali. Capito?

Moreno Lupi

Giustissimo. Coltivare la fiducia è la riforma strutturale più importante che possa esistere. Ma per coltivare la fiducia sono necessari due fattori. Il primo fattore deve essere quello di avere un governo capace di guidare il paese senza spaventare gli investitori. E l’unico modo per farlo, per un paese che ha un debito pubblico molto alto e che lo avrà sempre più alto, è iniziare a occuparsi un po’ meno di ciò che l’Europa può fare per noi e occuparsi un po’ più di quello che l’Italia può fare per se stessa. Il secondo elemento cruciale riguarda un altro genere di fiducia al centro del quale c’è il rapporto tra lo stato e i cittadini. E per quanto ci si possa girare attorno il punto sempre quello è: sbloccare le energie del paese non facendo più sentire gli italiani dei furfanti fino a prova contraria. La vera manovra che serve al governo, oggi, è prima di tutto questa.


 

Al direttore - Vi scrivo a nome di tutta la classe di giovani medici che non è riuscita a farsi ascoltare dalle istituzioni. Sono Lorenzo Torri, medico chirurgo e borsista ricercatore Airc, uno dei circa 27.000 medici non specializzati che si troveranno quest’anno a “gareggiare” per i pochi posti nel concorso per le Borse di specializzazione in medicina. I posti di Specialità quest’anno, nella più rosea delle ipotesi, saranno 12.000: ciò vuol dire che 15.000 medici rimarranno fuori dalle scuole di specializzazione, proprio quei 15.000 medici che potrebbero risollevare il servizio sanitario funestato di questo paese e che, invece, si sentiranno dei falliti, avranno perso un altro anno della loro vita cercando di raggiungere quello che, in altri paesi, è un diritto inalienabile. Mentre in Italia è un terno al Lotto. Come se non bastasse, dei 13.000 che entreranno, solo pochi potranno scegliere cosa fare e dove andare; gli altri saranno praticamente costretti ad accontentarsi di una specialità alla quale non sono interessati e, magari, in una città lontano da casa o dal luogo dove avrebbero voluto continuare il loro percorso formativo. Tutto questo si traduce in un aumento del rischio che alcune delle Borse assegnate (circa 2.500 all’anno) vengano abbandonate e, di conseguenza, non potendo essere riassegnate, rimarranno vuote. Di fatto, solo i primi 4.000 avranno la reale possibilità di scelta, mentre gli altri, dovendo adeguarsi a un sistema quanto meno controverso, pur di non rimanere esclusi, sceglieranno specialità che non avrebbero voluto fare togliendo la possibilità ai colleghi veramente interessati. L’emergenza sanitaria scatenata dalla diffusione del Covid-19 ha scompensato un sistema sanitario che già in condizioni normali faceva fatica ad assicurare un’assistenza adeguata alla popolazione e ha messo in luce le drammatiche conseguenze di anni di tagli alla Sanità pubblica. Mi chiedo: con un numero maggiore di specialisti e con ospedali non sotto organico, avremmo avuto lo stesso numero di morti? Gli ospedali sono sotto organico di circa 15 mila medici e con questo sistema la situazione non potrà far altro che peggiorare: quest’anno andranno in pensione circa 35 mila medici e solo 9 mila verranno sostituiti; entro il 2022 ne andranno in pensione altri 54 mila e ne verranno rimpiazzati appena 27 mila, in pratica nei prossimi anni andrà in pensione il 50 per cento dei medici che oggi lavorano negli ospedali e non ci sarà un ricambio adeguato. Tutto questo perché negli anni si è creato un imbuto formativo causato da un numero di Borse di specialità nettamente inferiore al numero di partecipanti al concorso. In questi sei anni sono andate perse circa 15 mila Borse di specialità, cioè circa 1 miliardo e mezzo di euro erogati ma NON spesi dallo stato che servirebbero per azzerare l’imbuto formativo, ma che non si sa che fine abbiano fatto. Siamo stati definiti eroi e angeli, ma non ci viene riconosciuto quello che dovrebbe essere un diritto sacrosanto, così come lo è in moltissimi altri stati: poterci formare in maniera completa. Ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni, dal ministero della Salute e dell’Università e della Ricerca, che stanno adottando soluzioni tampone parziali che non considerano né i bisogni dei medici né, tanto meno, quelli della popolazione italiana. Investire su di noi significa investire sulla salute, sul paese e sulla gente; vuol dire avere più ricercatori in ambito scientifico; vuol dire progresso; vuol dire dare pregio a un bene prezioso che invidiano in tutto il mondo: il Servizio sanitario nazionale!

Lorenzo Torri

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