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L’irragionevole durata dei processi non è un tema per il Quirinale?

Le lettere al direttore del 10 dicembre 2019

10 Dicembre 2019 alle 06:00

Al direttore - Fare la verifica di governo è un attimo, ma l’opposizione rinnova il suo aiuto?

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Discutiamo di parlamenti e governi, elezioni e partiti come se fossero ancora i pilastri della vita pubblica. Non è così, o non è più solo così. In Italia il gioco democratico è ormai vistosamente condizionato da un potere di corpo che trascende il circuito del voto: la magistratura. Insieme ai media e al web, oggi costituisce l’architrave di una costituzione silenziosa in grado di trasformare le organizzazioni più solide in una cricca di malfattori. Essa, al contrario, resta intoccabile. Pena il timore che venga messa in discussione la sua autonomia, nonostante un clamoroso scandalo che ha rischiato di travolgere proprio l’organo che doveva garantirla. E’ vero, anche in questi giorni, mentre si stanno cercando faticose mediazioni sull’istituto della prescrizione, che – se abolito – infliggerebbe un durissimo colpo allo stato di diritto, non mancano le accorate considerazioni sulle lungaggini e sulle inefficienze dell’iter giudiziario. Senza però che i loro costi – sociali, economici, umani – varchino mai la soglia del piagnisteo impotente a cui si contrappone un giustizialismo ottuso. Se non intervengono le manette, il politico, l’amministratore o il manager sotto accusa entrano nel cono d’ombra di un calvario processuale di cui si perderanno presto le tracce. Salvo tornare, ma molto più marginalmente, sui giornali nel momento dell’archiviazione o del proscioglimento. Ne sanno qualcosa, solo per citare alcuni tra i casi più noti di un elenco sterminato, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Antonio Bassolino, Ottaviano Del Turco (come si vede, è ridicolo parlare di “toghe rosse”). Di fronte a risultati così deludenti, non sorprende che qualche procura tenda a privilegiare – nella scelta dei suoi obiettivi – personalità di maggior calibro istituzionale o legate a personaggi di rilievo nazionale. Del resto, siamo in un’epoca in cui intercettazioni e documenti coperti dal segreto istruttorio vengono pubblicati ad horas dalla stampa, e in cui l’apertura di un fascicolo o un avviso di garanzia non si nega a nessuno, soprattutto se ricopre o si candida a una poltrona di sindaco, di governatore, di ministro, di leader politico. In questa palude melmosa sguazzano il populismo penale, i verdetti emessi dal tribunale della rete, la tentazione che la “gente” si faccia giustizia da sé. Nel tempo in cui un manipolo di aspiranti giacobini si vanta senza pudore di una legge chiamata “spazzacorrotti”, è in buona misura questa l’odierna realtà repubblicana. “Coraggio, il meglio è passato”, recita un celebre aforisma di Ennio Flaiano. Infatti, il peggio è sempre dietro l’angolo in un paese in cui c’è ancora chi preferisce un innocente in galera a un colpevole libero.

Michele Magno

  

La prescrizione di un reato, come ha ricordato sabato scorso all’Huffington Post il consigliere togato del Csm Antonio D’Amato, è indissolubilmente legata al principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Una norma che avalla il principio della irragionevole durata del processo, come è la norma inserita nella orrenda legge Bonafede votata un anno fa dalla maggioranza composta da M5s e Lega, è una norma che sfregia lo stato di diritto e che umilia anche uno degli articoli più belli della nostra Costituzione (articolo 111). Chissà che su questo punto prima o poi non trovi il modo di dire cosa ne pensa anche il presidente della Repubblica.


  

Al direttore - Ho letto, apprezzato e in gran parte condiviso il saggio di Luca Ricolfi, “La società signorile di massa’’. Nel 2012 avevo trattato gli stessi temi in un libro: “Figli miei precari immaginari’’. Non concordo, invece, con quanto ha scritto Umberto Minopoli (il Foglio del 7 dicembre): “Per comprendere le sardine serve un testo oggi sugli scaffali’’. Appunto il libro di Ricolfi. A mio avviso, la vera novità delle “sardine’’ è quella di non perdere tempo con la retorica della condizione giovanile e la mistica del precariato; ma di andare direttamente alla questione essenziale di questa fase politica: combattere il populismo e il sovranismo (come i giovani inglesi contrari alla Brexit) e contrastare, nella misura del possibile, la prise du pouvoir di Matteo Salvini, il quale, prima ancora di essere un pericolo per la democrazia, è un irresponsabile: un cinico disposto a provocare danni irreparabili al paese, al solo scopo di turlupinare gli elettori per ottenere i “pieni poteri’’. Le “sardine’’ sono il solo movimento ad aver capito che oggi dobbiamo tornare a scrivere sui muri: “O il Piave o tutti accoppati’’.

Giuliano Cazzola

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