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Il guaio di una magistratura dove l’appartenenza conta più del merito

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

1 Giugno 2019 alle 06:17

Il guaio di una magistratura dove l’appartenenza conta più del merito

foto LaPresse

Al direttore - Un paese che ha serenamente accettato che la sua magistratura possa organizzarsi secondo correnti politiche, specificamente incaricate della spartizione degli uffici direttivi e della gestione dei procedimenti disciplinari, non ha diritto di “sorprendersi” per le dinamiche affaristiche, o viceversa conflittuali, che ciò determina nella prassi. Chi ancora crede nell’indipendenza del potere giurisdizionale, intesa come facoltà di ogni singolo magistrato di operare secondo coscienza resistendo a influenze esterne e a inevitabili pressioni corporative, dovrebbe invece trarre dagli ultimi avvenimenti il coraggio di denunciare l’assurdità del sistema. A prescindere dal giudizio sulle persone coinvolte, che hanno tutte pregi e difetti, ma non sono certamente tutte uguali.

Francesco Compagna

 

Un paese che ha serenamente accettato che la sua magistratura possa organizzarsi secondo correnti politiche è un paese fottuto. Ma lo è anche un paese che di fronte alla politicizzazione delle correnti della magistratura si indigna solo se a prevalere è la corrente che supporta un magistrato che non si ama. La storia della successione alla procura di Roma, con tutti gli schizzi di fango conseguenti, non è però solo la storia di un paese che non si preoccupa di avere una magistratura in cui l’appartenenza conta più del merito. E’ anche la storia di un paese dove i magistrati diventano buoni o cattivi a seconda delle proprie idee politiche, a seconda del proprio posizionamento, a seconda di quanto siano stati critici o no con alcune inchieste mediatiche o con alcuni magistrati specializzati in indagini da talk-show. E trovare dalla stessa parte della barricata i follower di Piercamillo Davigo, gli amici di Marco Travaglio, le amazzoni di Di Matteo e il nuovo uomo nero del circo mediatico-giudiziario, Luca Palamara, non ha prezzo. Arislurp.

 

Al direttore - Secondo uno studio dell’Istituto di ricerca Swg, domenica scorsa in Italia sei operai su dieci si sono recati alle urne. Tra i votanti, cinque hanno scelto la Lega e solo uno il Pd. Ha quindi ragione D’Alema quando sostiene che il partito di Zingaretti non sa parlare a Cipputi, e quindi a consigliare la docenza di Maurizio Landini per qualche corso di formazione? Non direi. Il segretario della Cgil saprà anche parlare agli operai, ma le preferenze politiche per Salvini tra quelli iscritti alla sua confederazione sono rimaste significative. Inoltre, se le ossessioni securitarie del capo del Carroccio hanno fatto breccia nelle fasce più periferiche e marginali delle classi popolari, anche la sinistra che un tempo annoverava tra i suoi leader lo stesso D’Alema non può chiamarsi fuori. Perché si tratta di un processo che si delinea già alla vigilia della Seconda Repubblica, colpevolmente rimosso da una lettura scadente dei cambiamenti demografici, produttivi e sociali che stavano maturando nel passaggio di secolo. Beninteso, l’esodo dei ceti più deboli verso movimenti xenofobi e sovranisti si è manifestato da noi come nelle culle della socialdemocrazia europea. Tanto più dovrebbe essere chiaro, ormai, che nessuna cultura riformista degna di questo nome può rinunciare a un forte radicamento nella realtà – vecchia e nuova – del lavoro salariato. Se infatti non si riescono a rappresentare i bisogni e le aspettative di quella realtà, che riguarda pur sempre i due terzi degli occupati, non si va da nessuna parte. Per esserne convinti, basterebbe dare un’occhiata al ciclo elettorale del quindicennio alle nostre spalle. L’Ulivo e l’Unione hanno infatti vinto grazie anzitutto al consenso maggioritario del lavoro dipendente –manuale, impiegatizio e intellettuale. Successivamente il Pd ha perso (sia pure onorevolmente) quando quel consenso è franato, senza che però venisse rimesso seriamente in discussione il paradigma politologico che vuole l’elettore mediano arbitro della contesa per il governo del paese. In altri termini, senza sottoporre a un serio vaglio effettuale le teorie che predicano la centralità del “cittadino consumatore moderato”. Perseverando nell’adesione acritica a quel paradigma, il Pd forse potrà continuare a vantarsi di essere vivo, ma difficilmente riuscirà a riconquistare quella fiducia del mondo del lavoro che è indispensabile per l’annunciata ripartenza”.

Michele Magno

 

Al direttore - La migliore risposta che la linea “sovranista” avrebbe potuto avere è quella delle Considerazioni finali della Relazione del governatore Ignazio Visco, nelle quali, facendo parlare i dati, le analisi, le previsioni, i raffronti, si dimostra come costituisca un madornale errore e una sicura mistificazione considerare l’Europa come nemica e attribuirle colpe che sono, invece, nostre. Soprattutto, si chiarisce come dall’impiego di strumenti europei potremmo trarre vantaggi alla stregua di ciò che hanno fatto molti altri paesi. Se l’espressione non fosse abusata e forse svalutante, si potrebbe parlare di un manifesto antisovranista. Ma l’aspetto più interessante di un discorso che ha destinato all’Europa un numero di pagine e di concetti mai prima utilizzato è l’intreccio che Visco ha dimostrato con i problemi che oggi incombono sull’Italia: conti pubblici, debito, produttività, immigrazioni, invecchiamento demografico, Mezzogiorno, etc. Non che l’Unione sia il migliore dei mondi possibili – lo dimostrano anche i ritardi sull’Unione bancaria, su quella dei capitali, sulla rinviata Unione di bilancio – ma essa certamente costituisce un ineludibile contesto politico-istituzionale ed economico che può aiutare a risolvere i nostri problemi, nel contempo facendo progredire l’integrazione. Una cosa è riformare, insomma, altra cosa è il pregiudizio ostile all’integrazione. Anzi, la richiesta di riforme sarà tanto più credibile quanto più, come Visco ha detto, l’Italia procederà nella rimozione degli ostacoli strutturali al ritorno su un sentiero stabile di crescita e all’avvio di un percorso credibile di riduzione del peso del debito pubblico. Dal governo e dalle forze della maggioranza cosa si sostiene? O si continua ad alterare concetti e proposte come trasformare puerilmente l’ampia, organica riforma fiscale proposta dal governatore nel presunto appoggio alla flat tax? Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

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