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Basta con le suggestioni nostalgiche. Siri e il solito circo mediatico-giudiziario

Le lettere del 30 aprile al direttore Claudio Cerasa

30 Aprile 2019 alle 06:06

Al direttore - Servizio su Predappio, convocato Cda Rai per il 25 luglio.

Giuseppe De Filippi


   

Al direttore - L’intervista con cui De Mita annuncia di ricandidarsi a sindaco di Nusco è un piccolo gioiello di modernità politica. Il linguaggio è asciutto, frizzante, sferzante. C’è quel tanto di irrisione verso gli avversari, locali e romani, che il tempo richiede. E c’è una capacità di cogliere il punto con poche parole che smentiscono la leggenda sulla logorrea dei vecchi democristiani. Insomma, sono 91 anni portati divinamente bene, a conferma di una bella storia della politica italiana. Ho fatto tante volte il tifo per De Mita e tanto più ora vorrei vederlo rieletto a furor di popolo. Diciamo che lui è un fuoriclasse, e dunque può fare eccezione a quelle regole sul turnover politico che ogni volta invocano volti inediti per dare soddisfazione al dio del rinnovamento. Quel “dio” però esiste, e reclama le sue vittime. Tanto più di questi tempi. E dunque, dato a De Mita quel che è di De Mita, sarebbe il caso di evitare le suggestioni della nostalgia. Troppi tra di noi sono ancora convinti di poter tornare in pista alla prima occasione in nome di un nobile passato che è certamente migliore di questo desolante presente. Resta il fatto che quella desolazione si può sconfiggere solo inventandosi un futuro.

Marco Follini


   

Al direttore - Ho ritagliato da un quotidiano una infografica che riportava una tabella con i sondaggi sulle intenzioni di voto per le prossime elezioni europee e l’ho riposta in un cassetto. Per mia curiosità, la ritirerò fuori la mattina del prossimo 27 maggio per confrontarla con i voti scrutinati forniti dal Viminale. Ho il sospetto che nessuna delle percentuali ottenute dai singoli partiti sarà confermata perché, a detta degli stessi sondaggisti, il numero degli indecisi raggiungerebbe il 42 per cento cioè uno su due degli intervistati. E allora c’è da chiedersi che significato ha fare queste indagini se poi alla fine si rivelano essere solo numeri in libertà? Una possibile conferma viene dall’analisi degli ultimi dati sulle elezioni spagnole dove nessun sondaggista aveva assegnato il 30 per cento al Psoe di Sánchez cosa che conferma l’alta volatilità, difficilmente calcolabile, che caratterizza attualmente il voto di molti partiti europei. E’ possibile che tutto ciò sia anche di buon auspicio per noi italiani alla viglia delle prossime elezioni europee? Incrociamo le dita e auguri! Con molti saluti.

Vincenzo Covelli


    

Al direttore - Ha ragione il Foglio quando col suo direttore ci esorta a non perdere tempo nel dare del fascista a Salvini, di riconoscergli i meriti nella comprensione delle paure degli italiani, e di pensare piuttosto a trovare la chiave per un’opposizione efficace. Giusta preoccupazione, purché non si sottovalutino le relazioni internazionali di Salvini con Putin e gli omologhi europei. Anche perché queste alleanze ci segnalano la distanza dal fascismo storico. Meglio, semmai, parlare di fascismi 4.0 o 5. stelle. Il rischio secondo me, è di cercare nel passato della Seconda Repubblica, o in una sua riedizione aggiornata, la risposta. Non sarà così. Da un secolo all’altro la sinistra ha perso l’ideologia, il partito di massa, il sindacato. La destra ha perso il controllo della situazione, lo stato mamma, la parrocchia-agenzia di collocamento. La risposta di destra è il populismo con accento fascistoide. Quella di sinistra c’è solo in Italia, il Movimento 5 stelle, con la sua Piattaforma ideologica totalitaria ispirata a Rousseau e al giacobinismo, con coerente venatura fascistoide. Poi sopravvivono a fatica i partiti che dominarono la Seconda Repubblica. Forza Italia, legata indissolubilmente alla figura rassicurante (per i suoi elettori fedeli) di Berlusconi, è oggi in disarmo. E il Pd, che ha perso la grande occasione offertagli (e persa) da Renzi (con la corresponsabilità decisiva degli antirenziani) di trasformarsi in “partito della nazione” ponendosi al centro dello schieramento e siglando un “contratto” con Berlusconi. Oggi Zingaretti corre al riparo spostando il Pd sempre più a sinistra, fin quasi a collimare con la destra, in antagonismo alla globalizzazione, modello Corbyn-Sanders, convinto che la sua partita si giochi coi 5 stelle, da liquidare o da alleare. Illusione politica e strategica, che rischia di metterlo ai margini dello scontro per l’alternativa ai nazionalpopulisti. Ora non voglio dire che +Europa sia di per sé la risposta, ma forse sarebbe utile gettare un’occhiata sull’unico partito che, a partire dalla difesa dei valori occidentali e dell’Unione europea, dello sviluppo tecnologico anche in chiave ambientale e del mercato concorrenziale, dello stato di diritto e delle libertà civili, affronta di petto le crisi del nostro tempo. Sarebbe, credo, un contributo alla soluzione del problema che giustamente il Foglio pone.

Marco Taradash


   

Al direttore - Gli impegni internazionali del premier Giuseppe Conte non gli consentono di incontrare Armando Siri, di guardarlo negli occhi e di decidere la sua sorte. Mi ricorda un personaggio interpretato da Ugo Tognazzi nel film “I mostri” del grande Dino Risi (1963). Nell’episodio, un ministro democristiano trova tutte le scuse possibili e inventa impegni risibili per non incontrare un ex generale che vuole denunciare, con tanto di prove, un contratto di appalto truccato. Così lo lascia tutto il giorno ad aspettare nel suo studio, fino a quando il contratto non è stato firmato.

Giuliano Cazzola

    

In questo caso, il mostro è il solito circo mediatico-giudiziario che la Conte Associati ha scelto di ingrassare dall’inizio della legislatura e che ora presenta il conto a un governo che ha fatto del garantismo un derivato del gargarismo a colpi di frasi come queste: “Non possiamo aspettare i tempi della giustizia”. In un paese normale, le intercettazioni finiscono prima agli avvocati difensori e poi ai giornali. In un paese normale, un indagato è innocente fino a prova contraria. In un paese normale, i processi si fanno in tribunale, non sui giornali. In un paese normale si saprebbe distinguere tra un avvocato del popolo e un avvocato del populismo.


   

Al direttore - Siri lascerà il governo non per quello che emerge da indagine molto fumosa riguardo a lui ma per l’uso mediatico che ne è stato fatto. Ma c’era e c’è un problema politico. Siri candidato e poi messo nel governo nonostante il patteggiamento a un anno e otto mesi per bancarotta. Siri che potere aveva? Cosa sapeva e cosa sa? Il problema come sempre è politico innanzitutto, poi mediatico… l’aspetto giudiziario è l’ultimo.

Frank Cimini

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