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I pm si occupino di legalità e non di moralità: vale anche con il Truce. Ci scrive Borghi

2 Marzo 2019 alle 06:02

Al direttore - Ma che ce frega di andare a Lione se Macron sta da Fazio.

Giuseppe De Filippi


  

Al direttore - Caro Cerasa, nel suo articolo di ieri ricordava giustamente l’importanza di “stringere un accordo con la Francia di Macron per sostenere il francese Villeroy de Galhau alla guida della Bce, perché con un francese alla guida della Banca centrale l’altro francese attualmente nell’executive board, Benoît Coeuré, sarebbe costretto alle dimissioni, e in quel caso l’Italia potrebbe tentare di avere un ruolo importante nel rinnovo del board”. Un paio di osservazioni al riguardo. Innanzitutto, se venisse nominato un francese alla presidenza della Bce (Villeroy de Galhau o Lagarde?), l’altro francese Coeuré non potrebbe essere costretto alle dimissioni, non solo perché la Bce è indipendente, ma anche perché il suo mandato di otto anni termina due mesi dopo, cioè a dicembre 2019. Due mesi con due francesi nel comitato esecutivo della Bce (composto di sei membri) non sarebbero una novità, visto che già nel 2011, per due mesi (novembre-dicembre), ci furono due italiani. Se sarà un francese a succedere a Draghi, è naturale che sia un italiano a succedere a Coeuré. Ma non è scontato. Sebbene dall’inizio dell’euro ci sia sempre stato un italiano nel Comitato esecutivo della Bce (così come un tedesco e un francese), non è scontato che la tradizione continui. La Spagna, ad esempio, presentò un candidato debole nel 2012, per sostituire González-Paramo, e gli fu preferito il lussemburghese Mersch. Dovette aspettare sei anni prima di poter proporre un nuovo componente dell’esecutivo. L’intesa con la Francia è tanto più importante nel caso in cui non venisse nominato un francese alla presidenza della Bce, ad esempio un finlandese. Si dovrà trovare un’intesa su chi sostituirà Coeuré a fine 2019, e poi Mersch a fine 2020. La scadenza successiva è a fine 2021, quando scadrà la tedesca Lautenschläger, e poi nel 2026. Il rischio che dopo Draghi non ci sia, per vari anni, un italiano nel Comitato esecutivo della Bce non va sottovalutato. La soluzione va preparata per tempo, tessendo sin d’ora le necessarie alleanze. Cordialmente.

Lorenzo Bini Smaghi già membro del Comitato esecutivo della Bce

    

Tutto giusto e corretto. E il punto resta sempre lo stesso: un paese che costruisce alleanze con i nemici dell’Italia – vale quando si parla di nomine, vale quando si parla di cooperazione economica, vale quando si parla di diplomazia internazionale – è davvero un paese che fa di tutto per difendere la sua sovranità? Prima o poi tutti capiranno che il problema del populismo è quello di essere un’arma usata contro il popolo in nome del popolo.


   

Al direttore - Leggo che Magistratura democratica ieri ha attaccato il governo sottolineando il rischio che in questa fase storica l’Italia contribuisca ad alimentare “una deriva xenofoba e razzista” a causa di un governo che “sta rimettendo in discussione i princìpi e i valori fondanti della democrazia europea”. E’ una dichiarazione che mi trova d’accordo ma c’è qualcosa che non torna. Non crede?

Luca Morteni

     

Salvini non ci piace, e questo lo avrete capito, ma non avere simpatia per il Truce non significa coprirsi gli occhi di fronte ad altre “trucità”. Una di queste, una cosa truce per l’appunto, è quella fatta ieri da una corrente della magistratura di nome Md che per bocca del suo segretario, il magistrato Mariarosaria Guglielmi, ha rimproverato Salvini per aver compiuto, con la chiusura dei porti e la messa al bando delle ong, “una violazione senza precedenti degli obblighi giuridici e morali di soccorso e di accoglienza”. Il magistrato ha ragione ma quando un magistrato sceglie di attaccare un politico in pubblico per questioni morali quel magistrato commette un atto truce nei confronti della sua magistratura: la schiera “moralmente”, la rende non più terza e la fa passare in modo truce dalla parte del torto.


   

Al direttore - Nel gennaio 1921 Antonio Gramsci, nel saggio “Il popolo delle scimmie”, stabiliva un rapporto diretto tra la radicalizzazione nazionalista della piccola borghesia italiana e la nascita del movimento fascista. Forse, pur con le dovute cautele che richiede ogni paragone storico, anche l’attuale transizione del nostro sistema politico può essere letta con la categoria della mobilitazione “sovversiva” di un ceto medio insidiato dalla globalizzazione e da ossessioni securitarie. Dopo quasi un secolo, comunque, il popolo delle scimmie è tornato in piazza – anzi, nell’arena televisiva e dei social che l’ha sostituita – rispondendo al richiamo dei nuovi padroni del circo telematico, ma distribuendo i propri applausi tra clown diversi e per certi aspetti nemici. Seguendo al nord le sirene fiscali della Lega, al sud quelle assistenzialiste dei Cinque stelle. In questo scenario sociale, di dura lotta per la ripartizione di risorse scarse tra spezzoni di ceto medio segmentato territorialmente, i contrasti tra le due forze che occupano Palazzo Chigi sono destinati a inasprirsi. Solo un ferreo patto di potere e l’alibi di un’Europa matrigna ha fin qui permesso di amministrarli senza clamorose rotture. Ma, come diceva Ernesto Calindri in uno dei primi caroselli pubblicitari, questa situazione “dura minga, non può durare”. E’ vero, forse è “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” (copyright Giulio Andreotti), e oggi il governo tira a campare. Ma presto tirerà le cuoia, in quanto le parole produzione e protezione non faranno più rima con un pil in caduta libera. Se le cose stanno così, con quale programma e con quali alleanze il Pd intende fronteggiare questa prospettiva? Riproponendo una improbabile vocazione maggioritaria, il modello sperimentato nelle ultime elezioni regionali, o altro? Leggendo le mozioni congressuali, confesso di non aver trovato risposte chiare e convincenti. Tuttavia, domani verserò lo stesso due euri nelle casse del circolo romano di via dei Cappellari. Infatti, anche un apolide della sinistra come chi scrive considera importante partecipare alle primarie, per tenere accesa la fiammella della speranza in un paese più giusto e più serio. Non so ancora bene quale candidato alla segretaria votare, ma una mezza idea ce l’ho. Senza fare nomi, non avrà il mio consenso chi sostiene che ‘anche noi abbiamo partecipato alla “secessione’ delle élite. Per questo non abbiamo colto l’offensiva degli avversari e le storture di un’economia che avrebbero più che mai avuto bisogno di un impegno nelle trincee faticose della vita reale”. Né, inoltre, lo avrà chi afferma che “da un’epoca di slegatura dobbiamo entrare in una stagione di rilegatura. Non si tratta di passare ‘dall’io al noi’ annegando le soggettività, ma di affermare il valore generativo delle relazioni”. Perché un nuovo partito deve cominciare anzitutto da un nuovo linguaggio.

Michele Magno


     

Al direttore - Gentile Cerasa, usque tandem, direbbe Cicerone, fino a quando proseguirete a scrivere falsità su di me e su quello che faccio? Mi riferisco all’articolo a firma Valentini (ancora lui) “Fronte per Bankitalia” come al solito pieno di falsità facilmente documentabili. A) Mai arrivato alcun “invito alla cautela” sull’oro dai “vertici del partito”. B) Mai arrivata alcuna “imposizione a desistere” da parte di Molinari, che basterebbe essere in buona fede per scoprire che è il cofirmatario della proposta. C) Mai assegnata la proposta di legge alla commissione Bilancio per “scomparire e ricomparire alle Finanze”. Anche qui bisognerebbe essere dei giornalisti o in buona fede per sapere che tutti gli atti sono pubblici e così il loro iter. L’assegnazione della legge direttamente alla VI commissione Finanze appare in bella vista sul sito della Camera e non sono i presidenti e tanto meno i membri di una commissione a decidere in merito all’assegnazione. Quindi il fatto che sia stata una “manovra” per aggirare un veto (inesistente) della Lega è una… una… non mi viene il termine. Del resto per accertarsi dell’opinione di Salvini sul tema sarebbe bastato leggere i giornali (titolo, tra i tanti, del Fatto quotidiano del 2 febbraio: “Bankitalia, Salvini: occorre certificare che le riserve d’oro sono di proprietà degli Italiani”) ma, per leggere occorre 1) saperlo fare 2) volerlo fare 3) essere in buona fede. Avevo già invitato un’altra volta a non scrivere più falsità che mi riguardino perché non posso scrivervi smentite come se fossero articoli giornalieri, la prossima volta verificate bene quello che scrivete o, stante la reiterazione, il dolo apparirà evidente e mi costringerete a vie diverse dalla smentita per tutelare il mio lavoro e la mia immagine. Con i migliori saluti.

Claudio Borghi

   

Risponde Valerio Valentini. Caro Borghi, non ho scritto, come lei sostiene, che la proposta di legge sull’oro di Banca d’Italia era stata “assegnata alla commissione Bilancio”, né ho omesso di sottolineare, come lei sostiene, che Molinari era “tra gli iniziali sostenitori del testo”; né, infine, ho scritto che siano stati i presidenti o i membri di commissione a decidere in merito all’assegnazione. Quanto agli “inviti alla cautela” e all’“imposizione a desistere”, ognuno scrive sulle base delle prove che raccoglie. Come quelle che alcuni suoi colleghi (di partito e non) mi hanno fornito. Ricambio i migliori saluti. O, come direbbe Cicerone, ad maiora.

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