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Stare un giorno con Leoluca Orlando: fatto. Altri guai del reddito di cittadinanza

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 4 gennaio 2019

4 Gennaio 2019 alle 06:00

Stare un giorno con Leoluca Orlando: fatto. Altri guai del reddito di cittadinanza

Leoluca Orlando (foto LaPresse)

Al direttore - La Camera dei comuni.

Giuseppe De Filippi

Avere un governo che ti fa stare per un giorno dalla parte di Leoluca Orlando, di Federico Pizzarotti e di Luigi De Magistris: fatto.

 


 

Al direttore - Caro Cerasa, alcuni studiosi e membri del governo, descrivono il reddito di cittadinanza come una “politica attiva”. La mia paura è che questa misura, possa portare nel tempo solo a una crescita di un’occupazione “precaria” (diversa da “flessibile”) e scarsamente riconosciuta. Come è stata spiegata, sembrerebbe essere una misura che esercita una pressione sugli inoccupati, che sarebbero spinti ad accettare mansioni lavorative che non s’incontrano con le loro “competenze”. Ad esempio, leggo che chi percepisce il reddito di cittadinanza da 12 mesi, potrà dire no a un lavoro, solo se la distanza sarà superiore ai 500 km. E se il lavoro per un laureato in marketing con esperienza, sarà quello di commesso di punto vendita, a 499 km di distanza? Dovrà accettarlo per non esserne escluso, senza considerare che un “qualsiasi impiego” non è mai di lunga durata e si tornerà rapidamente a dipendere dal reddito di cittadinanza. Se questa dinamica si protrae per un lungo periodo e lo “status” del percettore non migliora, vi sarà inevitabilmente un “effetto sociale” su chi lo percepisce. La precarizzazione del lavoro che si voleva combattere con il decreto dignità, individuando come “colpevoli innocenti”, il contratto a tempo determinato e la somministrazione di lavoro, sarebbe invece alimentata “dequalificando” il percettore che accetterebbe lavori solo per non perdere il reddito: così ci si dimentica della sua occupabilità che sarà sacrificata per una qualsiasi occupazione (stavolta davvero precaria).

Andrea Zirilli

 


 

Al direttore - Leggo sul diario del lavoro – a mia memoria l’unico sito che si occupa esclusivamente di relazioni industriali –, che, prima dello scadere del 2018, è stato sottoscritto il contratto nazionale per i lavoratori e le aziende del comparto dei fiori recisi. Sì, ha letto bene: fiori recisi. Decisamente l’anno appena chiuso è stato caratterizzato dai contratti e finché si tratta di recidere fiori ci possiamo stare, su altri mantengo qualche riserva.

Valerio Gironi

 


 

Al direttore - Ma si può vivere in un paese in cui il rientro di Dibba, da chissà dove, diventa un argomento da prima pagina perché può determinare dei cambiamenti nel quadro politico?

Giuliano Cazzola

 


 

Al direttore - Non va sottovalutata la vicenda del calcio esplosa con gli incidenti verificatisi prima della partita Inter-Napoli e con l’esplosione di razzismo sia contro il giocatore Koulibaly sia contro i napoletani. La vicenda non va sottovalutata per tre ragioni: la prima è che in un settore così popolare e importante qual è il calcio, si è affermata una componente apertamente nazista, razzista e squadrista con solidarietà anche internazionale. Questa autentica associazione a delinquere presente in molte realtà italiane ha finora intimidito le altre associazioni di tifosi, le società calcistiche che trattano con essa, la Federazione gioco calcio e l’Associazione degli arbitri, che come ha messo in evidenza la vicenda Koulibaly sono del tutto subalterni a questo clima. Ma l’elemento più grave di tutti è costituito dal fatto che il ministro dell’Interno Salvini punta ad avere il consenso politico ed elettorale degli ultrà essendo al fondo uno di essi e quindi tende a coprire anche i comportamenti dei nuclei estremi. Per questo il ministro dell’Interno ha contestato la linea del questore di Milano che voleva sospendere le trasferte degli ultrà e chiudere a lungo le tribune da essi controllate. In effetti questo è l’unico deterrente che i nuclei nazisti-squadristi comprendono e che può aprire anche contraddizioni tra essi e i tifosi normali. In questo quadro la prossima riunione del 7 gennaio rischia di risolversi in una sorta di messa cantata con in più un interrogativo assai inquietante messo in evidenza già dal suo giornale: chi saranno mai i “rappresentanti dei tifosi”? Il rischio è che si ripeta in grande l’episodio del capo tifoso ultrà, già condannato per violenza e spaccio di droga abbracciato dal ministro dell’Interno Salvini.

Fabrizio Cicchitto

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