Cosa ci ricordano i terroristi quando colpiscono i simboli della libertà

Al direttore - Quanto successo a Strasburgo continua a insegnarci che il terrorismo è un problema di difficile soluzione. Ancora una volta siamo in un’epoca di guerre ideologiche e la storia ci insegna che queste durano sempre fino alla fine. Il profilo preventivo assume un ruolo decisivo nelle indagini di terrorismo di matrice islamica e in questi tipi di reati lo sforzo delle forze dell’ordine non può essere indirizzato a individuare un reato ma a evitarne in tutti i modi la realizzazione. E’ necessario sostenere le forze dell’ordine, per arrivare sempre in tempo, perché il successo per contrastare efficacemente il terrorismo di matrice islamica, è “l’attività preventiva per cogliere l’humus ideologico religioso che sottende questo tipo di reati”. E’ una guerra, è vero, ma che può essere combattuta in modo diverso.

Andrea Zirilli

L’Europa. Il Natale. La democrazia. I parlamenti. Le chiese. I terroristi colpiscono scientificamente i simboli della nostra libertà e sarebbe bello che i simboli della nostra libertà – il terrorismo, per dirne una, si combatte meglio unendo le forze dell’Europa non dividendole – fossero protetti non solo quando sono sotto attacco degli estremisti.

 


 

Al direttore - Il 13 dicembre decorrono tre mesi dalle forzate dimissioni dalla presidenza della Consob di un personaggio del livello e della competenza di Mario Nava. Da esponenti del governo e della maggioranza si disse, allora, che rapidamente sarebbe stato nominato un successore di grande prestigio: mai, però, un impegno del genere è stato così platealmente disatteso. Ma il paradosso è che molti sono arrivati alla conclusione che, anziché decidere qualche insostenibile nomina, siano preferibili temporeggiamento e procrastinazione. A tanto si è, dunque, arrivati e, per di più, non immotivatamente, a causa dell’incapacità del governo di formulare una proposta veramente aggregante, per autorevolezza, inattaccabilità, competenza ed esperienza. Di questo passo si porrà come extrema ratio anche una questione istituzionale e ci si dovrà chiedere se, nel contesto di una revisione dell’ordinamento delle Authority in materia di credito e risparmio, non si debba prestare attenzione al modello irlandese (e, in parte, a quello inglese) che comporta la riconduzione a un unico soggetto delle competenze in materia di stabilità e di trasparenza e correttezza. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

 


 

Al direttore - L’incendio al Tmb Salario è l’ultimo indicatore della tenace resistenza del Comune di Roma, di Ama e della regione Lazio a dare attuazione al programma (Patto per Roma) concordato nel 2012 con il ministro dell’Ambiente e oggetto di due decreti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale del 7 gennaio e 4 aprile 2013. E’ difficile comprendere perché l’inadempienza nei confronti dei decreti non sia mai stata oggetto di interesse delle amministrazioni, del ministero dell’Ambiente e delle associazioni ambientaliste. Forse gli impegni presi con il Patto per Roma non erano troppo comodi per una città e una regione abituate a vivere di rendita sulla discarica più grande d’Europa: il riciclo di materia dal 65 per cento dei rifiuti, la produzione di combustibile, il trattamento e il recupero della frazione organica, attraverso la riqualificazione degli impianti esistenti e la realizzazione dei nuovi impianti necessari all’autonomia della regione per la gestione dei rifiuti come prevede la legge non sono evidentemente alla portata della politica locale. Più facile trasportare i rifiuti nelle regioni italiane dotate di impianti di trattamento e incenerimento oppure all’estero, con costi elevatissimi per i romani. Nel 2012 bloccai la costruzione di una nuova discarica vicino a Villa Adriana proponendo un modello di gestione dei rifiuti secondo i criteri dell’economia circolare, che sono il riferimento del Patto per Roma. Allora qualcuno mi disse che ero un illuso fuori dalla realtà. Purtroppo aveva ragione.

Corrado Clini, già ministro dell’Ambiente

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