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Governo e futuro. Manuale per non opporsi ai gialloverdi con lo stesso stile dell’antiberlusconismo

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 1 giugno 2018

1 Giugno 2018 alle 06:02

Al direttore - Di fronte alla gravità della crisi politica, è giusta la chiamata alle armi (metaforiche) di chi vuole salvare il paese dall’avventurismo sfascista di Lega e 5 stelle. Ma non servono girotondi. Serve buona politica. Azione, non agitazionismo. Il 4 marzo si è tenuta un’elezione che molti hanno paragonato al 1948 (e per essere credibili dovremmo ammettere che non possiamo evocare un nuovo 1948 ogni tre mesi). Abbiamo perso, sdoganando la possibilità di una maggioranza putinian-populista in un’economia del G7, in un paese fondatore dell’Ue. C’è chi si è speso con passione in quella battaglia, mentre molti girotondini di oggi pontificavano alla finestra, distillando distinguo. Per carità, va bene così, allarghiamo il campo e troviamo energie fresche, capaci di interpretare al meglio la nuova battaglia elettorale. Ma stiamo sui problemi delle persone, non sulla demonizzazione degli avversari. Che le classi dirigenti di Lega e 5 stelle flirtassero con l’uscita dall’euro era chiaro già nell’ultima campagna elettorale. Chiedere all’Europa di finanziare le loro irrealistiche promesse elettorali a debito (monetizzandolo), salvo uscire dall’Europa per stampare moneta in caso di diniego, è sempre stato il loro unico orizzonte di politica economica. I 5 stelle chiedevano addirittura di tornare indietro rispetto al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981. E a che serve cancellare l’indipendenza della Banca centrale se non a permettere alla politica di stampare moneta a piacimento? Euro sì, euro no: è una battaglia giusta, da combattere fino in fondo, ma non può essere questo l’unico spartiacque elettorale. Anche perché finirebbe per schiacciare il fronte progressista su un’idea sbagliata di Europa: vincoli, austerità, lentezza burocratica, non tutele, investimenti, opportunità. L’Europa si difende cambiandola non trasformandola in un totem. Così come lo spread non può essere la nostra unica arma elettorale. Per dirla con il mio barbiere: “Non li hanno neanche fatti partire, perché date a loro la colpa dello spread?”. Gioco, partita, incontro. Se vogliamo ricostruire un dialogo con il paese, dobbiamo ripartire con lo sguardo lungo e i piedi per terra. Senza sosta, ma senza fretta. Astraendoci dal teatrino impazzito della politica e provando a riconnetterci con le persone. Meno dichiarazioni a briglia sciolta, più incubatori di impegno civico. Meno caricature delle posizioni altrui, più battaglie sulle nostre proposte. Facciamo toccare con mano – con proposte che parlano alla vita, al lavoro, al futuro delle famiglie e dei loro figli – perché l’interesse nazionale dell’Italia si difende in Europa, non fuori. Perché abbiamo bisogno di investimenti e nuove competenze, non di debiti e vecchie lire. Perché l’instabilità finanziaria colpisce soprattutto i deboli, che vivono del loro lavoro e se hanno qualche risparmio non possono portarlo all’estero. Perché servono una scuola di qualità e un welfare davvero universale per portare avanti chi è nato indietro. Se Lega e 5 stelle parlano di riforma Fornero e noi di articolo 92 della Costituzione, possiamo chiudere bottega.

Tommaso Nannicini, Senatore Pd

  

Tutto giusto mancano solo due temi non secondari. Quale volto si intesta la battaglia per una sana e saggia alternativa e cosa può fare l’alternativa per non fare opposizione al nuovo soggetto politico nello stesso modo ridicolo con cui ha costruito la sua non alternativa al berlusconismo. Conviene pensarci subito.


  

Al direttore - Nel mio certificato di nascita (classe 1941) si attestava che ero di “razza ariana’’ (sic!). Sono stato educato cristianamente e da circa vent’anni ho persino ritrovato la fede e sono diventato nuovamente “cattolico praticante’’. Eppure – da quando leggo gli articoli di Giulio Meotti e, in generale del Foglio, sull’antisemitismo in ascesa nel cuore del Vecchio continente – ho recuperato un ciondolo con la stella di Davide (che avevo acquistato a suo tempo in Olanda) e l’ho indossato al polso della mano destra, in attesa che i sovranpopulisti di casa nostra si ricordino che le (nemiche) demoplutocrazie erano anche giudaiche.

Giuliano Cazzola


  

Al direttore - E’ vero che nel 2011 il problema riguardava il passato e il presente, mentre oggi riguarda il presente e il futuro visto la qualità di chi ha vinto le elezioni, cioè il Movimento 5 stelle e la Lega. Da questo punto di vista vanno prese in considerazione due questioni, una tuttora meno in evidenza riguarda la politica estera, l’altra la politica economica. La questione di politica estera è oggi sottolineata dall’Avvenire, i rapporti di Salvini e della Le Pen con la Russia di Putin sono da tempo molto profondi. La diplomazia russa gioca per la destabilizzazione dell’Europa mentre nel migliore dei casi quella americana è inesistente (Bannon a parte). Fino a qualche tempo fa i punti di riferimento internazionali del M5s erano Putin e Maduro: nell’altra legislatura fu presentata anche una mozione per l’uscita dell’Italia dalla Nato. Poi da circa 8 mesi a questa parte Luigi Di Maio ha manifestato una posizione atlantista: speriamo che sia farina del suo sacco e che costituisca una scelta stabile. Sul terreno della politica economica non si può dimenticare che un paese che ha il secondo debito pubblico del mondo e che finora ha ottenuto la credibilità dei mercati per una relativa stabilità politica e per un avanzo primario molto elevato Movimento 5 stelle e Lega hanno presentato un programma in deficit senza coperture che sfora di circa 100 miliardi e hanno anche parlato della possibile richiesta di congelamento di circa 250 miliardi di titoli di stato. Sono così riusciti a svegliare il cane che dormiva, cioè i mercati, gli speculatori, le società di rating, che non si muovono per complotti demo-giudaico-massonici, ma sulla base della credibilità e stabilità dei titoli di un paese: se un paese presenta un quadro inaffidabile per ragioni politiche o economiche disinvestono e se ne vanno. Non contenti di tutto ciò siccome Salvini sa benissimo che il “contratto” non è realizzabile perché è senza copertura e perché i due partiti non riusciranno a tagliare nulla di consistente nella spesa pubblica tranne i vitalizi, ecco che si è inventato il dottor Stranamore Savona perché con la sua autorevolezza vada a fare questo garbato ricatto all’Unione europea: o ci consentite un’enorme liquidità o vi mettiamo con il culo per terra uscendo dall’euro. Avventurismo assoluto, perché a quel punto è la parte più dura dell’Europa che mette a tacere Draghi ed è essa a cacciarci dall’euro: di qui nell’immediato l’esplosione dello spread e i crolli di Borsa. Allora Salvini non ha sbagliato un colpo sul piano politico: ha messo con le spalle al muro una presidenza della Repubblica incerta e irresoluta, ha chiuso Berlusconi in uno sgabuzzino, ha ridicolizzato lo statista Di Maio. Quella di Salvini però rischia di essere una sorta di vittoria di Pirro, qualora avvenga in presenza di una crisi finanziaria che porta l’Italia a rischio del default. Né un Cottarelli senza alcun sostegno parlamentare è in grado di tenere la situazione più di una settimana. Può darsi allora che fra i dottor Stranamore di cui Salvini si è circondato emerga la consapevolezza che vincere le prossime elezioni in mezzo a un mucchio di rovine alla fine può anche provocare la reazione di rigetto di quelle migliaia di piccoli e medi imprenditori e operai del centro-nord che lavorano con gli omologhi tedeschi, austriaci e francesi e non con i boiardi russi. Ma è evidente che tutto ciò è appeso a un filo. Berlusconi potrebbe anche uscire dallo sgabuzzino e cercare di dare una voce all’Italia razionale e moderata, senza farsi silenziare dal “spaccio de la bestia trionfante”. Quanto al Pd bisogna capire cosa vuol dire il fronte repubblicano. Se la memoria non ci falla esso fu evocato ai tempi della Guerra civile spagnola contro Francisco Franco.

Fabrizio Cicchitto


  

Al direttore - Pare ci siano rimasti parecchio male, dentro e fuori la chiesa, i laudatores dell’attuale pontificato in servizio permanente effettivo dopo aver letto l’articolo di Luis Ladaria, prefetto della congregazione della Dottrina della fede, pubblicato sull’Osservatore Romano lunedì scorso, con cui il futuro cardinale ha ribadito in maniera definitiva il no al sacerdozio femminile. Nonostante Francesco, come pure ricorda in chiusura dell’articolo lo stesso Ladaria, avesse già chiarito la questione in più occasioni, evidentemente c’è ancora chi non si dà per vinto e non perde occasione, magari cavalcando strumentalmente anche polemiche e scandali, come nel caso degli episodi di pedofilia nel clero, che con la vaexata quaestio non c’entrano nulla, per rintuzzare una polemica mai sopita. Polemica che però il prefetto dell’ex Sant’Uffizio ha stroncato in maniera inequivocabile, e stavolta si spera per sempre. Innanzitutto ribadendo il fatto che “l’impossibilità di ordinare delle donne appartiene alla ‘sostanza del sacramento’ dell’ordine”, e che la chiesa non può cambiare tale sostanza perché “è precisamente a partire dai sacramenti, istituiti da Cristo, che essa è generata come chiesa”. Detto in altri termini, il fatto che il sacerdozio abbia una connotazione maschile non è un elemento accessorio né tanto meno disciplinare ma attiene all’essenza stessa del sacramento dell’ordine, e perciò stesso irreformabile. Secondo, e non meno importante, il punto toccato da Ladaria circa il modo di intendere l’infallibilità del magistero. Infallibilità che, scrive Ladaria, non riguarda solo i pronunciamenti ex cathedra, ma anche “l’insegnamento ordinario e universale dei vescovi sparsi nel mondo, quando propongono, in comunione tra loro e con il Papa, la dottrina cattolica da tenersi definitamente”. Pur non avendo dichiarato un nuovo dogma, ciò nondimeno Wojtyla confermò formalmente ed esplicitò ciò che da sempre il magistero della chiesa considerava come appartenente al deposito della fede. Da qui, l’impossibilità di riaprire una questione definitivamente chiusa. Che però, a distanza di ben 24 anni dal pronunciamento di s. Giovanni Paolo II, per qualcuno chiusa non lo è affatto. Chissà se la prossima volta fioccherà qualche scomunica. Sarebbe anche ora.

Luca Del Pozzo

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