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Lettere rubate
Il posto delle donne nella storia della medicina: una lunghissima strada
Il libro di Daniela Minerva, “Medicina femminile plurale, il sapere delle donne nella storia”, analizza la questione femminista nella medicina. Dalle terapie pensate e costruite per corpi maschili fino alle grande innovazioni all'interno delle mura domestiche
“Qui giace Fanostrate, levatrice e medica, che (durante la sua vita) non causò del male a nessuno e che dopo la sua morte è rimpianta da tutti” (stele funeraria datata tra il 360 e il 340 a.C., ritrovata in Attica)
Daniela Minerva, “Medicina femminile plurale, il sapere delle donne nella storia”
(Bollati Boringhieri, 360 pp.)
Comincio dall’epilogo di questo interessantissimo saggio sulla medicina femminile, sul posto delle donne nella storia della cura, che attraversa i secoli, la vita, la morte, le resistenze, i virus, i parti e le guerre: esiste una questione femminista in medicina. Daniela Minerva, giornalista e responsabile degli inserti Salute di Repubblica e Stampa, è certa di sì: esiste da sempre, da quando le donne si sono trovate a lavorare in una professione che non riconosceva una specificità al nostro corpo, alle nostre malattie, da quanto le dottoresse devono curare corpi femminili, come i nostri, ma con terapie studiate e pensate e costruite per corpi maschili, completamente diversi. Ma il sapere medico delle donne è una scienza che nasce nella preistoria, sempre sottotraccia, sempre: accanto. Le mani femminili che porgono il seno al figlio da allattare, dopo averlo partorito con l’aiuto delle mani di altre donne, le mani che cucinano ogni giorno per i famigliari sono state per secoli le stesse che “sminuzzavano sostanze e le mescolavano ai cibi ai quali si affidava il compito di far star meglio, di risanare, di rinvigorire”. Combinavano erbe ed elementi naturali per placare la febbre, i dolori, le infezioni, davano aria alle stanze, creavano piccole e grandi innovazioni all’interno delle mura domestiche. Senza nessun riconoscimento, fuori. “Proletarie della ricerca”, ma la medicina che abbiamo è questa, e ci serve, e Daniela Minerva prova in questo libro che c’è molta intelligenza femminile nella sua impalcatura. Ci sono molte domande importanti, a cui la storia in qualche modo risponde: in che modo lo sguardo dell’angelo del focolare ha marcato il farsi della medicina? E quale eredità culturale, oggi, ne orienta i percorsi? A Platone è attribuita una frase, però molto discussa dai filologi: “Noi diciamo, per esempio, che un medico maschio e un medico femmina hanno la stessa natura”. Ma non ci sono prove che le donne praticassero la medicina come professioniste retribuite nel mondo greco, romano e poi ellenistico. Ma Euriclea, l’anziana nutrice di Ulisse, lo riconosce da una cicatrice sulla gamba che lei stessa aveva curato. Le donne siedono accanto al letto dei malati, scrive Daniela Minerva, a fare quel che va fatto. “Le confortanti fantasie di molte studiose femministe che hanno immaginato un mitico potere delle donne alle origini del nostro mondo sono, appunto, confortanti fantasie”. Minerva invece mette in fila i fatti, fino agli ambiti biomedici, fino ai premi Nobel. Una strada lunghissima, piena di scoperte e delusioni.