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Dove sono i buoni nell’Iliade? Dove sono i cattivi?

Ciò che li rende tutti uguali è la sventura: “Non ci sono che uomini in pena – guerrieri in lotta che trionfano o soccombono”, uomini dalle esistenze ferite

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

1 Dicembre 2018 alle 06:12

Dove sono i buoni nell’Iliade? Dove sono i cattivi?

Omero è stato implacabile verso Elena quanto Tolstoj verso Anna. Entrambe sono fuggite nella speranza di cancellare il passato per costruire un amore che fosse solo amore. Entrambe si ridestano in esilio, e provano solo una viva ripugnanza per quello che sembrava il sogno, l’estasi, il massimo raggiungimento dell’esistenza: la promessa di liberazione si è tramutata in servitù, l’amore non obbedisce più all’amore, ma a una legge più antica e più crudele.

Rachel Bespaloff, “Sull’Iliade” (Adelphi)

 


 

Elena dentro il suo palazzo a Troia, Anna Karenina davanti nella stazione dove si getterà sotto un treno (sopra il treno avvenne il primo incontro conVronskij), si ritrovano di fronte al proprio sogno infranto, senz’altro di cui accusarsi se non di essersi fatte ingannare dalla dura Afrodite. “Tutto ciò che finisce a contatto con la loro bellezza”, scrive Rachel Bespaloff, “viene incenerito o impietrito”. Fossi morta prima, è il lamento di Elena, nella perfezione della sua sventura, nella sua totale mancanza di libertà. Rachel Bespaloff, nata nel 1897 in Bulgaria da una famiglia di ebrei ucraini e morta suicida, studiò e scrisse dell’Iliade nello stesso periodo in cui lo fece Simone Weil, con cui non ci fu mai un solo incontro, ma molte affinità. Rachel si era dedicata all’Iliade per seguire la figlia Noemi, che allora aveva dodici anni: ci lavorò per tre anni e scrisse all’amico Gabriel Marcel, filosofo, scrittore, drammaturgo, inviandogli le note “ultimate quest’inverno Dio solo sa come per sfuggire all’insonnia e alle idee ossessive”: “Mi sono aggrappata a Omero: il più autentico, il tono, l’accento stesso della verità. Del resto considero la Bibbia e l’Iliade come libri davvero ispirati – nel senso letterale del termine. E’ stata una purificazione e una luce mai vacillante nel buio”. Mary McCarthy tradusse questo libro in inglese nel 1947, due anni prima che Rachel si uccidesse. Ha sostenuto, contro Nietzsche, che Omero non è tanto il poeta dei trionfi e delle apoteosi quanto quello della sventura. Priamo che piange, Achille con il suo malinconico furore, Ettore che sa di avere molto da perdere, sono una cosa sola: gli uomini uguali nella sventura, in una sventura allo stesso tempo meritata e immeritata. “Non è l’ira di Achille a costituire il motivo centrale dell’Iliade e a governarne l’unità e lo svolgimento, ma il duello tra Ettore e Achille, il confronto tragico fra l’eroe della vendetta e l’eroe della resistenza”.

 

Dove sono i buoni nell’Iliade? Dove sono i cattivi? “Non ci sono che uomini in pena – guerrieri in lotta che trionfano o soccombono”, uomini dalle esistenze ferite. Simone Weil condanna la forza nel modo più assoluto, Rachel Bespaloff ha un atteggiamento diverso: è la forza stessa un assoluto che, più che essere condannato, condanna se stesso. Dall’Europa oppressa si levano queste due voci di donne, quasi contemporaneamente: entrambe hanno deciso di guardare a uno dei libri più grandi per trovare lì dentro la chiave delle umane sventure.

 

Ci ricordiamo tutti, scrive Rachel Bespaloff, la scena con cui si conclude l’Iliade: Priamo va da Achille per chiedergli indietro il corpo del figlio Ettore. “Abbi rispetto verso gli dèi, Achille, e compassione di me, pensando a tuo padre. Io merito pietà maggiore, io che ho osato quello che non ha osato nessun mortale, portare alla bocca le mani dell’uomo che ha ucciso mio figlio”. Priamo implora, ma in realtà rivendica il diritto alla pietà. E all’improvviso emerge che “Achille è vittima di Achille non meno di tutti i figli di Priamo”. Alla vista dell’anziano re, sembra rinsavire dalla sua frenesia, prende la mano di Priamo. “E’ questo, credo, il più bello dei silenzi dell’Iliade – quei silenzi assoluti in cui sprofondano il clamore della guerra di Troia, gli strepiti degli uomini e degli dèi, il fragore del cosmo”. Gli uomini vivono tutti nell’infelicità: questo è l’unico fondamento della vera uguaglianza.

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