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La sinistra non si accorge di essere in pensione. Un appunto a Minniti

18 Novembre 2017 alle 06:13

Al direttore - L’accordo Pd-Mdp dipende dal tavolo sulle pensioni. Conflitto di interessi!

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Esiste un rapporto tra proliferazione del populismo e proliferazione dei social network? A questa sua domanda il ministro Minniti ha risposto che il populismo è un fenomeno che ha sempre accompagnato le democrazie, e provare a spiegare la sua evoluzione “attraverso gli strumenti della tecnologia lo trovo pigro”. Mi sia consentito dissentire. Premetto che occorrerebbe una volta per tutte spogliare il concetto di populismo dalle connotazioni valutative che ne hanno fatto una “dirty word”, una parolaccia, restituendogli la sua originaria funzione descrittiva. Il politologo inglese Paul Taggart lo ha definito “servitore di molti padroni”, perché “il populismo è stato uno strumento dei progressisti, dei reazionari, degli autocrati, della sinistra e della destra”. In altri termini, il populismo è al massimo una “ideologia debole”, nelle cui manifestazioni storiche sono tuttavia ricorrenti alcuni elementi distintivi: primo tra tutti l’appello diretto al popolo, senza mediazioni istituzionali, contro le élite. Ebbene, che l’esplosione del web sia coeva all’avanzata di movimenti e partiti populisti in tutto l’occidente è un dato di fatto, e non è una mera coincidenza. I social network non solo amplificano il messaggio populista, ma in qualche misura “creano” l’ambiente ideale per la sua riproduzione. Infatti, la lotta politica condotta a suon di menzogne su internet (in cui Grillo è maestro) è avvantaggiata da tre cruciali fattori: la possibilità dell’anonimato; la possibilità di raggiungere rapidamente un vastissimo numero di persone: il fenomeno delle “cascate” informative (la bufala che diventa virale). Non voglio dire che l’uso massivo del personal computer ci rende stupidi o più bugiardi, come sosteneva Umberto Eco. Riflettiamo però su un punto. Mentre agli albori della cultura digitale si pensava che la nuova “trasparenza” avrebbe dato un colpo decisivo alle concentrazioni di potere e ai vertici di gestione delle conoscenze, oggi tutti sanno che il flusso delle informazioni è controllato da pochi gruppi, i quali possono decidere la sistematica violazione della verità fattuale, rendendo difficile lo smascheramento del falso. In questo senso, non c’è da stupirsi se il “Chiunque” trionfatore del web si può trasformare in un professionista della provocazione. Giochi di parole di dubbio gusto, attacchi personali, evocazioni sospette, volgarità gratuite, sindrome del complottismo, no vax, odio per i cosiddetti “poteri forti”: non sono forse i grandi attori del teatro populista?

Michele Magno

Considerare la proliferazione del populismo come un fenomeno dovuto unicamente alla proliferazione dei social network è un’operazione pigra. Altro discorso è invece sottovalutare un fatto difficilmente contestabile. I social media stanno cambiando il nostro modo di ragionare, e di pensare, e stanno contribuendo a uccidere l’opinione pubblica, che di suo già era messa così così. E’ vero che il populismo non è un’invenzione dei social network ma grazie ai social network il mondo potrebbe cambiare in un modo tale da rendere i populismi meno passeggeri rispetto a un tempo. Su questo punto la rimando al Foglio di lunedì, dove vi offriremo una chicca per inquadrare meglio un fatto importante: come e perché l’evoluzione tecnologica ha offerto a milioni di persone il potere di formulare giudizi senza avere conseguenze.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    18 Novembre 2017 - 19:07

    Boh, non so se essere d'accordo. Personalmente non frequento i social, non sono iscritto a Facebook e neanche a Twitter. Ogni tanto "ciatto" con qualche amico ma in forma assolutamente privata. Tuttavia reputo i social un fenomeno che sembra a prima vista determinante o addirittura sconvolgente ma che a ben guardare incide assai poco e che può essere manipolato in tanti modi ma per poco tempo. In pochi minuti si può passare dall'invettiva più feroce nei confronti di un fatto o di qualcuno al sentimento opposto e passare a qualcos'altro. In fondo la parabola dei populismi lo dimostra mentre le rivoluzioni si son fatte nei precedenti due secoli e senza Facebook o Twitter. I social sono come le osterie, si beve un po', si comincia col "piove governo ladro", poi qualche invettiva, una bestemmia, infine la bettola chiude e si va a casa a dormire. La Sicilia doveva essere il trionfo del populismo grillino che usa i social a piene mani invece sappiamo come è andata.

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