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Essere indagati non è la fine del mondo. Lezioni dai casi Woodcock e Albamonte

23 Settembre 2017 alle 06:08

Al direttore - Associazione nazionale magistrati e indagati.

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Leggo che il pm Albamonte, capo dell’Anm, è accusato di falso e abuso d’ufficio. Non mi pare ci sia nessun magistrato che ha chiesto le sue dimissioni. Che sorpresa, eh?

Luca Martini

  

Eugenio Albamonte è un magistrato distante anni luce da Henry John Woodcock ma sia Albamonte sia Woodcock in questa fase sono portatori di un messaggio involontariamente rivoluzionario per la magistratura. Entrambi indagano nell’ambito di un’inchiesta in cui sono a loro volta indagati. Woodcock nell’ambito del caso Consip. Albamonte nell’ambito del caso Occhionero. Involontariamente – e magnificamente – le storie di Albamonte e Woodcock potrebbero diventare un manifesto del garantismo. Se per un magistrato non va applicato il teorema Davigo – “non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti” – non si capisce come possa quel teorema essere applicato da ora in poi ad altre categorie di cittadini. Sarà certamente d’accordo con noi Luigi Di Maio, candidato premier del movimento 5 clic nonostante un’iscrizione nel registro degli indagati. Pop corn per tutti.

 

Al direttore - Nel film di Patrice Leconte “Ridicule” (1996), ambientato nella Francia del 1780, il protagonista, marchese de Malavoy, si fa largo alla corte di Luigi XVI a colpi di motti di spirito, ossia mettendo in ridicolo i suoi rivali. Il suo scopo è avvicinare il re per proporgli un importante progetto umanitario di bonifica, che avrebbe posto al riparo dalla malaria le popolazioni del suo feudo. Ma proprio quando sta per raggiungere l’obiettivo cade vittima di un tiro mancino: letteralmente di uno sgambetto che lo fa ruzzolare a terra durante un ballo di corte, rendendolo ridicolo e precludendogli definitivamente l’accesso all’attenzione e ai favori del monarca. Di fronte alle risate dei cortigiani, il marchese li accusa invano di insensibilità morale nei confronti delle sorti degli uomini e delle donne che la mancata bonifica delle paludi condannerà alla malattia e alla morte. Essi, infatti, hanno davanti agli occhi solo la sua goffaggine e non lo ascoltano neppure. In altre parole, il ridicolo esclude ogni condivisione emotiva delle disgrazie altrui. Come ribadiva Henri Bergson due millenni e mezzo dopo Aristotele, “il comico esige, per produrre tutto il suo effetto, qualcosa che somigli a un’anestesia momentanea del cuore” (“Il riso. Saggio sul significato del comico”, Mondadori, 1992). Ora, se esaminiamo quella forma breve del discorso comico che si traduce nella battuta fulminante della barzelletta, è possibile, a partire dal suo bersaglio manifesto, ricostruire la carta d’identità di un popolo, di un gruppo politico, di una classe sociale, colti in un determinato momento della loro storia. Razzismo, sessismo, antisemitismo e ogni genere di pregiudizi e di luoghi comuni (gli “idola fori” di Bacone) si cristallizzano, circolando, “in odiosa moneta spicciola, grazie alla capillare comunicazione orale della barzelletta (Andrea Tagliapietra, “Non ci resta che ridere”, il Mulino, 2013). Ebbene, il genere narrativo dominante nel dibattito politico italiano non è forse quello della derisione, termine che designa la trasformazione della spontaneità del riso nel gesto intenzionale di chi ride per far male e ferire profondamente la vittima del suo dileggio? In questo senso, pensando a un personaggio come Beppe Grillo si potrebbe dire che il comico altro non è che il tragico visto di spalle.

Michele Magno

 

Al direttore - Non so se la grande coalizione in Italia sia il naturale “sequitur” – che con abilità argomentativa la Ciliegia sottolinea in un corsivo pubblicato sul Foglio del 22 settembre – delle sollecitazioni della Bce e di Mario Draghi in tema, innanzitutto, di riforme strutturali, come si ricavano anche dall’ultimo Bollettino dell’Istituto. Intanto, ricordo che quelle sollecitazioni-prescrizioni si ritrovano pressoché uguali, tenuto conto comunque del passaggio del tempo, nelle relazioni della Banca d’Italia dell’ultimo cinquantennio. Ciò suggerisce molte riflessioni. Ricordo, altresì, che dei surrogati di grande coalizione coperti di tecnicità – si pensi al governo Monti – pur potendo essere ricordati anche per alcune realizzazioni positive, non sono di certo idonei per essere assunti come un formidabile esempio. Ma, ammesso che sia giusto il “sequitur”, dovrebbe essere chiaro che senza una congiunta svolta in Europa, relativamente alla quale la lista delle revisioni da apportare è lunga, sarebbe difficile anche per un’alleanza del genere conseguire risultati validi. Il raggiungimento di questi ultimi è urgente e non si può attendere che vi sia un esame-verifica dopo l’introduzione di tutte le possibili ulteriori riforme di struttura per ottenere il dono, per esempio, della revisione del Fiscal compact o, più direttamente, dell’esclusione degli investimenti pubblici dal pareggio di bilancio ovvero per riconsiderare diverse norme in materia bancaria. Si tornerebbe (si tornerà), in mancanza di una tale svolta che riguarda pure governi che fossero non di colazione, al vincolo esterno e alla metafora del chiodo infisso nella roccia che, con la corda che vi è legata, agevola la scalata, ma può anche soffocare lo scalatore. Riforme nazionali e revisioni europee hanno necessità, a mio avviso, di essere adottate in unità di tempo e di azione. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

 

Al direttore - Lei ha perfettamente ragione, caro Cerasa, quando dice “se i politici italiani più responsabili sceglieranno di dedicare, nella prossima campagna elettorale, un decimo del tempo riservato al dibattito sulla difesa dei vitalizi alla difesa della cultura della vita non potranno che fare un regalo al nostro paese”. Temo tuttavia che difficilmente sentiremo quella frase – “per favore, fate più figli” – dell’ex ministro delle Finanze finlandese, Rinne, pronunciata dai nostri politici; una cosa simile, con la campagna a favore della fertilità, provò a dirla il ministro Lorenzin neanche molto tempo fa, e c’è mancato poco che finisse linciata (poi d’accordo, la campagna poteva essere pensata e detta meglio, ma questo è un altro discorso). Dunque, mi sa tanto che resteremo delusi. Tanto più in un paese come il nostro dove chi dovrebbe, più e meglio della politica, spendersi a favore della cultura della vita sembra invece essere più attento ad altri problemi, come ad esempio i migranti. Non solo. Ma addirittura perora l’approvazione della legge sullo ius soli perché – come disse qualche tempo fa al Corriere della Sera un noto prelato – siccome si fanno sempre meno figli quella legge sarebbe “anche una risposta al problema della denatalità”. Non ri-evangelizzare la società affinché gli uomini e le donne del nostro tempo possano incontrare Cristo che, solo, può cambiare il cuore delle persone – posto che il problema contrariamente a quanto sostiene l’on. Di Salvo è che i figli non si fanno perché semplicemente non si vogliono, come lei giustamente ha ricordato e come l’Istat ha certificato a giugno di quest’anno rivelando che solo il 21 per cento delle donne intervistate ritiene che il non fare figli è un problema di soldi. Ma, appunto, la legge sullo ius soli. Che è come se, cambiando paradigma, di fronte al crollo delle vocazioni, anziché investire su una rinnovata pastorale famigliare (anche qui, se le vocazioni calano non serve a nulla la pastorale dei giovani, è sulle famiglie che bisogna agire perché da che mondo è mondo è lì che nascono le vocazioni) si pensasse di risolvere il problema ordinando preti uomini sposati o, peggio, aprendo il sacerdozio alle donne. Con questi chiari di luna c’è ben poco da sperare, non trova?

Luca Del Pozzo

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