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Così l'impeccabile brocardo di Ilaria D'Amico ci libera dall’eterno Davigo

“Meglio un corrotto che lo stato rotto”, ha detto la giornalista. D'altra parte la corruzione è un fenomeno universale e in quanto tale bisogna conviverci. Esiste da sempre, esisterà sempre, basta leggere gli epigrammi di Marziale

5 Ottobre 2017 alle 20:42

Così l'impeccabile brocrado di Ilaria D'Amico ci libera dall’eterno Davigo

La corruzione ci ha cambiati, in peggio. Non solo perché è un male, anche perché è percepita da oltre vent’anni come un male assoluto. Ilaria D’Amico è sfuggita alla regola. Come abbia fatto non so. Gli ebrei la chiamano chutzpah, faccia tosta in un senso metafisico, quella cosa per cui un imputato chiede la clemenza della corte per aver ucciso i genitori dicendo che è orfano. In prime time Ilaria ha rintuzzato il venditore di anticorruzione, di onestà, di purezza che risponde al nome di dottore Davigo, uno che ha coltivato questo contrabbando di bellurie con la sua iniziativa in magistratura, militante e poi sindacal-politico-televisiva, senza mai deflettere dal compito, e sempre tra gli applausi di un pubblico inebetito dal concetto dell’anticorruzione totale: escludere per gli italiani ogni altro orizzonte che non fosse la lotta alla corruzione, la sua red line, la grande diga. E’ un quarto di secolo circa che va avanti questo gioco. Poi è venuta Ilaria D’Amico e ha detto una cosa così sonora, così semplice, così vera che fa riflettere, anzi fa contorcere le viscere stesse del cervello, e invita a disfarsi seduta stante del davighismo, fratello gemello del dipietrismo. Ha detto: “Meglio un corrotto che uno stato rotto”.

  

 

E’ elementare. La corruzione è un fenomeno universale e in quanto tale bisogna conviverci. Esiste da sempre, esisterà sempre, basta leggere gli epigrammi di Marziale. E’ una nozione classica, con forti e dimenticate radici nella fede giudaico-cristiana, antico e nuovo Testamento. “Sradicare la corruzione” è un progetto borghese-giacobino che si ammanta di profetismo, e tutti i regimi totalitari ne hanno regolarmente fatto un totem. Poi la corruzione è un reato penale. Va perseguita e sanzionata come gli altri reati, nel quadro della responsabilità personale e attraverso un giusto processo costituzionale che escluda torture come la custodia preventiva cautelare in carcere. Va combattuta con le riforme della Pubblica amministrazione e altre riforme, che possono restringerne l’arco di inferenza nella vita pubblica, e con un severo controllo a partire dal consenso e dall’autogoverno democratico-liberale alle cui leggi sono sottoposte le classi dirigenti in regime di alternanza tra forze diverse alla guida del governo. Ma non si può per decenza fare di corruzione e anticorruzione la linea guida della vita in comune dei cittadini, appendere alla lotta alla corruzione una concezione delirante del diritto, mescolare il tema inestricabilmente alla lotta politica sulle questioni decisive, quelle sì, della vita nazionale, europea, mondiale. Se tutto è filtrato dalla lotta alla corruzione, si corrompe l’occhio che filtra e il risultato finale è che lo stato si rompe, le cose vanno di male in peggio, i corrotti alla fine la fanno franca e la corruzione ingombra la mente, lo spirito della vita pubblica con risultati barbarici.

 

“Meglio un corrotto che lo stato rotto” è l’equivalente etico del famoso brocardo giuridico garantista “meglio un colpevole in libertà che un innocente in carcere”. L’opinione pubblica dovrebbe essere liberata dal ricatto della dinamica perversa di corruzione e anticorruzione, che ha dato prova di non risolvere alcun problema, tanto meno la sanzione delle attività corruttive. E ci ha peggiorati facendoci pensare in modalità captiva, prigioniera, automatica, irriflessa. Si può essere e si è grondanti di indignazione da mane a sera contro la corruzione e al tempo stesso incapaci di sanare l’istruzione pubblica, regolare i mercati senza soffocarli, fare l’Europa, ridurre le diseguaglianze, incrementare il benessere e la responsabilità sociale, onorare la cultura e il tempo che ci è dato di vivere. E’ quello che succede, specie nel medio talk-show, con l’eccezione brillante, spontanea, intelligente, libera della bella Ilaria D’Amico. Detto come l’ha detto lei, il suo brocardo è impeccabile.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    06 Ottobre 2017 - 16:04

    I magistrati sono soggetti solo alla legge dice la costituzione .Sì , quella del menga. la sora D' Amico è troppo intelligente per esprimere pensieri compiuti se non con un percorso circolare o lineare sussultorio ondulatorio. luigi de santis

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  • giantrombetta

    06 Ottobre 2017 - 12:12

    Sia reso giusto onore all'intelligenza ed all'arguzia di Ilaria D'Amico. E già che ci siamo pure alla sua bellezza. Una bella donna che in TV dice cose di buon senso con coraggio, fermezza e pure un pizzico di ironia e' cosa rarissima e dunque preziosa in questi tempi sciatti e sciagurati.

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  • carlo.trinchi

    06 Ottobre 2017 - 11:11

    Davigo è Davigo e non ci si può fare niente. È un magistrato come un carabiniere è un carabiniere. Portano la toga ed il cappello nella tomba. Come poteva Davigo dire cose diverse da quello che ha detto? Impossibile e la D’Amico ha risposto nella realtà dei fatti. Il corrotto lo combatti lo stato no perché è tutto e se tutto è marcio siamo messi male. Però cosi dicendo, e cioè che con uno stato rotto avalliamo il corrotto allora tutto è lecito a partire dalla genuflessione del santo al santo padrino. Lo stato non c’è, il santo nemmeno ma il padrino si. Detta questa tragica verità, i Davigo i Di Pietro e compagnia cantando dovrebbero rimanere lontani dalla politica e Di Pietro lo dimostra, ma si evitino pure i politici corrotti che, se assolti, ben ritornino ma se condannti in via definitiva sempre per quella via fuori dai coglioni. L’espiazione della pena per tale ruolo non basta.

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  • Conan

    06 Ottobre 2017 - 09:09

    Ascoltate lo scambio, perché dubito che lo abbiate fatto, più e più volte. Davigo dice che "l'essere una persona onesta è una precondizione per qualunque carica pubblica, poi uno deve essere anche bravo". Le due cose, quindi, si accompagnano. La D'Amico dice che "il dato dell'onesta dovrebbe essere un dato acquisito" (che è la stessa cosa che ha detto Davigo nella prima parte del suo intervento), salvo poi proseguire con uno sfondone da giustizialista d'accatto chiedendo "strumenti dati dalla magistratura molto veloci per far sì che non ci si possa più riavvicinare a toccare la cosa pubblica", mettendo una pietra tombale sulle aspirazioni di Berlusconi. Davvero la portiera d'Italia è il vostro portabandiera?

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    • fulviogentili

      06 Ottobre 2017 - 09:09

      il che significa "fate processi rapidi", visto che si parlava di prescrizione

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      • Conan

        06 Ottobre 2017 - 10:10

        Eccone un altro... Il che significa che la signora non sa che le leggi non le scrivono i magistrati. I magistrati le applicano. Nessun governo, nessuno, ha mai fatto una vera riforma del processo penale o di quello civile. Nessun ministro della giustizia, nessuno, si è mai preso la briga di imporre procedure di semplificazione e finanziare l'innovazione. Ascolti lo scambio, per favore. Siete così obnubilati dal solo nome "Davigo" da non riuscire nemmeno a concepire che si sia altro oltre l'avversione pregiudiziale alla magistratura.

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