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Non leggere più

Anche quando l’anima muore i libri ci guardano impassibili. Storia di una follia

9 Maggio 2018 alle 05:59

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Foto di Sarah via Flickr

E’un uomo assai simpatico quello appena entrato nel mio studio, un uomo di potenza e intelligenza. Lo abbraccio. “E’ un piacere, Presidente, rivederla dopo tanti anni”. Mi abbraccia. “E’ un piacere incontrarla, caro amico, anche se dovrò dirle cose un po’ strane, nella speranza che lei m’illumini con la sua saggezza”. Sorrido: “Immagino quanti libri lei deve avere letto in tutto questo tempo, ne ho ancora alcuni che mi ha regalato”. Il Presidente sospira: “Ho divorato tanti esseri, e tra loro anche tanti libri, le lunghe notti sono avide. Bella insaziabilità, splendidi bui. Ora la sola vista di un libro mi fa orrore, o, meglio dire, schifo”. “Che le è successo?”.

 

Il Presidente sospira. “Sente come parlo male? Dico parole incerte, che mi fanno orrore. Tutte, quasi. Con lei mi sforzo, lei è lei, un amico di sempre, un amico che… mi viene da piangere”. Il Presidente piange, in effetti. Lo incoraggio: “Suvvia cara anima, mi racconti quel che le è accaduto e le sta accadendo”. Mi fissa, turbato: “Semplicissimo e funesto: giorno dopo giorno i più bei libri di un tempo, quelli che mi scuotevano il cuore, sempre più violentemente ho cominciato a prenderne la distanza, una distanza sempre più lontana, che io avrei voluto perdere e dimenticare. Ma loro no, loro, i libri, si facevano prendere da me, io li vedevo, i libri, giorno e notte, e mi sentivo in dovere di leggerli, nella loro bellezza, e loro erano sempre pronti a dare e ricevere. Molti erano e ancora sono amati, e tuttavia non riesco ad accettarli, mi fanno schifo dopo mezza riga, dopo due righe mi suscitano una disperazione che lei non può immaginare, nemmeno lei, caro psicoanalista, che perfettamente ogni disperazione dell’anima conosce. Ora che le sto parlando già mi angoscio in modo funebre se mi viene tra le mani un qualsiasi libro vomito, eppure ho lottato e ancora, talvolta, ci provo, più volte ho cercato di entrare in tante librerie, con la forza e la disperazione mi sono soffermato sugli scrittori più geniali, sulle ragazze più colte, ho studiato alle loro spalle i titoli che le tenevano avvinte, niente, orrore anche davanti ai libri più preziosi. Tutto è orrore”. “Tutto?”. “Sì, a poco a poco, prima, ma all’improvviso ora è tutto orrore”.

 

Cerco di eccitarlo come un tempo: “Presidente, ricordo che lei conosceva a memoria gli aforismi del sommo Cioran, e lo accarezzava giorno e notte. Ne ricordo uno che lei stimava perfetto: ‘L’uomo sta per scomparire, fino a oggi era mio fermo convincimento. Frattanto ho cambiato convincimento, deve scomparire’. Si ricorda di Cioran, Presidente?”. Il Presidente si agita e strilla: “E’ inutile che l’uomo stia per scomparire o debba scomparire, l’Uomo E’ scomparso e basta. Anche lui, Cioran, la mia grande passione, se ne andato chissà dove”. “Eppure, caro amico, lei ha amato tanti libri e lettori, e scrittori e…”. “Lo so, ora li odio”. “Forza, Presidente, ora prendo un libro e lo leggiamo insieme”. “Professore, non ci riuscirà. Ci hanno provato in tanti, ma ho spaccato tutto, come loro. Non ho più l’anima, ho solo voglia di spaccare tutto, e intanto è lui a spaccare me; voglio morire, capisce caro prof? E lei cosa legge, tutto il mondo, immagino, tutto quello che accade di qua e di là, e chissà quante novità ancora e bellezza colma la sua anima, lei beato!”.

 

“Mah, insomma… E’ importante che lei non urli, Presidente, non imprechi, non dia di matto e non abbia orrore di tutto. Schiacciandosi le dita borbotti serenamente”. “Non ho capito, professore, devo urlare o schiacciarmi le dita?”. “Questo sta lei a deciderlo, tutti abbiamo i nostri”. “I nostri che, professore?”. “I nostri. Ci pensi su a cosa, vedrà che starà meglio”. “Non capisco, professore, non capisco più niente accidenti!”. “Ecco, questo è l’inizio, l’inizio dell’uomo, la sua fine e quindi il suo inizio”. “Quindi? Quindi?”. “Lei guarderà le stelle e leggerà la loro bellezza, per il resto taccia, che è il modo più santo di parlare, l’unico”. I libri ci guardano, impassibili.

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