cerca

Divina di strada

Lei, il diavolo di via Venti Settembre, mi portava oltre ogni creatura, al di là del bene e del male

25 Aprile 2018 alle 06:16

Divina di strada

Grande nudo disteso, Amedeo Modigliani

E’ Freud, come ben sappiamo, un grande conoscitore dell’anima e di tutto il resto, quel resto umano che neppure nei secoli si arresta. Sappiamo come le fanciulle amano i padri e i padri le signore e le signore le donne… Ero così anch’io, con molta violenza e dolore amavo mia madre, troppo bella e soprattutto innamorata di mio padre, superbo di cui cercai di rapire lo charme e la demenza, che essendo lui pazzo, anch’io… Insomma, c’era tanta follia e una puttana, una meravigliosa puttana verso sera, la vera sera, la sera della verità, la sera delle diciassette, a Milano dove c’è in Venti Settembre e sempre c’è, anche ora anche lei, la puttana, per via dell’immortale ricordo. Le angeliche ragazze delle Marcelline erano troppo sante per baciarle, troppo pronte anche, pronte all’amore, che davvero volevano e credevano, e un tempo avranno avuto e creduto, così belle famiglie, e quel che è, maledizione insomma perlopiù. La puttana di via Venti Settembre era un diavolo che mi portava oltre ogni angelica creatura, al di là del bene e del male tesa verso le stelle che attendevano di scendere sulla città, dove estasiato avrei potuto vederla. La vidi, la vedrò sempre. Portava un vestito elegante, faceva freddino, si stringeva il collo con la mano, bruni capelli sulla testa, diritta sempre, senza aspettare che la chiamassero o le si avvicinassero, qualcuno sarebbe venuto, lo sapevo, ma ero io quello, ero lì ad attendere finché un tizio la portava via in una macchina buia. Sapevo dove andavano, in un alberghetto lì vicino, e correvo in bicicletta, la vedevo scendere e rapida salire sulle scale, a volte m’impietrivo per un’ora o due, attendendola.

 

Se quando la incontravo era una dea, quando usciva dall’inferno lo era ancora di più, divina. L’uomo che pensava d’averla avuta non mi procurava alcun interesse, mi pareva sempre un miserabile che lei neppure vedeva; io conoscevo e amavo la sua grandezza e la fissavo da lontano, dai miei quindici anni, e solo allora lei mi lanciava un’occhiata, un sorriso, che subito coglievo, come a dire che una venticinquenne apprezzava il mio desiderio, un desiderio più aperto e potente di ogni altro. Non mi chiedeva di salire con lei, né io lo chiedevo, lei era divina e io m’inchinavo, gli altri erano miserabili il cui godimento del suo corpo inesorabilmente sbeffeggiava, se non addirittura si scioglieva nel dolore, nell’incapacità che avevano di amarla. Amarla? Sì, tutti spregiandola l’amavano, ma nessuno riusciva a farsi disprezzare, che sarebbe stato un vero macello. Povere bestie, non era una di lei crudeltà, era divina disposizione. Mi sorrideva, io le mandavo un bacio, senza mostrarlo, muovendo la bocca, all’epoca era possibile dire parole, oggi le parole sono orrore, ma allora le parole in bocca, parole senza parola, erano divine. Sentite come parlo strano, non parlo, balbetto, si può parlare solo ricordando il tempo in cui ciascuno di noi fu, ma di noi nessuno veramente è stato, se non ucciso da un desiderio che si degradava a pura voluttà, a voglia. Chi salvandosi li scriveva, chi scrivendoli li salvava, chi si uccideva, perché altro non si può fare che morire, non di spada o di niente, naturalmente, ma d’amore, naturalmente, che non è quella cosa lì o quell’altra, è molto di più e nello stesso tempo è nulla, quel nulla che ci fa morire, ovviamente, in un modo così forte, assoluto, che mai siamo morti e lo saremo, siamo morti nel senso che davvero lo siamo, quella verità che è sempre vita. Dove è quella donna che non è mai stata, resta un mistero nel senso più vero, mistero è solo quello che mai appare, che per comparire scompare, e solo per scomparire appare e si dice “guardala”, ma dove sia non si sa, anche perché in verità benissimo lo si sa, in anima e corpo che da qualche parte c’è, mai ti dirà dove, anche se a me parlò col suo sorriso, e il taci, e quando lei sparì era sempre lì, in via Venti Settembre, io sempre ovunque non fossi, essendo vivo.

  

Cent’anni fa ti vidi salire sul gradino e non dire che ti amavo, quello accadde altrove; dì piuttosto che nessuno ti toccò come quando la nebbia scese, la tempesta il cielo, ed io pensai che potevo amarti ma ti amai, non ero santo e allora svanisti e io tornai nel nulla. Nel nulla mai, naturalmente, se tra cent’anni ancora sono qui, e tra altri mille sarai destino, come già tu sei, e sai tutto, del mio dire disdicendo, tu che a tanti ti davi a me soltanto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi