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Ode alla confessione

S.Carlo l’inventò per dar voce alle mogli sottomesse. Il Papa l’ha portata in piazza, ché tutti vedano.

27 Aprile 2016 alle 06:18

Ode alla confessione

Sono sempre stato un ammiratore di san Carlo Borromeo e della sua grande invenzione, la confessione, sacramento tra i sacramenti che tutt’oggi vive in molteplici forme, compresa quella psicoanalitica a cui mi onoro di partecipare. “Quante stavolta, figliola?”. “Una soltanto Padre”. “Farai di meglio, vedrai, vincerai la pigrizia e riuscirai a scrivere tre pagine tutte di fila”; ascoltare le parole del peccatore o nevrotico che dir si voglia, è sempre di estremo interesse – guai se non lo fosse – senza una reale passione per la parola dell’altro, diverrebbero peccatori e nevrotici sia il prete sia lo psicanalista. San Carlo promosse la confessione soprattutto per salvare le donne, non dal diavolo ma da un nemico ben più crudele, dall’impossibilità di parlare, tritate da brutali mariti e il più delle volte costrette al silenzio. Grazie alla confessione, per la prima volta potevano liberamente parlare a un uomo, un uomo di chiesa per di più,  uno che non solo la sapeva lunga ma anche nutriva desideri amorosi molto più raffinati di quelle bestie di consorti appassionati solo dalla guerra e dal denaro. Prosperarono così amori – casti o carnali, ove i casti erano i più carnali e i carnali i più casti – di donne con preti, che crearono in quelle povere disgraziate finalmente la voglia di esistere, la fede in un mondo di uomini migliore di quelli cui erano costrette.

 

San Carlo si era premunito che le confessioni rimanessero il più possibile segrete, segrete ai mariti che potevano spiarle e vessare le mogli costringendole a rivelare le loro colpe che poi erano meriti. Già il fatto che le poverine si confessassero le condannava, perlomeno al sospetto. San Carlo dispose in modo che i preti potessero in casi estremi andarle a confessare in casa, rompendo così il tradizionale assetto, con confessionali ancora più blindati degli odierni, in modo tale che non si potesse distinguere la figura della penitente, a sua volta bardata di nero. Papa Francesco in questi giorni ha portato la confessione all’aperto, che tutti vedano e se hanno buone orecchie o ricettori, sentano. Questa coreografia mi ha incuriosito. Le sedie disseminate per la piazza, un sacerdote e un peccatore ogni venti metri, la gente che assiepata sbircia curiosa cercando d’intendere qualcosa dall’espressione del viso dei reprobi e dei preti, mi è sembrato un allestimento più intrigante di molti altri messi in scena da rinomati artisti concettuali. Che poi tra i cento preti umilmente vi fosse anche Francesco, stranamente – invece d’ingigantire la scena – toglieva al tutto ogni solennità e conferiva un tono di sospesa mestizia, ben consono ai nostri tempi. Mi è sembrata una manzoniana coreografia post-pestilenziale. Chissà se in futuro, sulla scia di certi gruppi religiosi e psicoanalitici, ci si allineerà alle religioni dove peccati e nevrosi vengono pubblicamente spiattellati; la famosa privacy avrà fine, alcuni grideranno al sacrilegio altri alla liberazione. E il barocco, lo si mette in cantina? Interrogativi simpaticamente inquietanti.

 

Insomma, un gesto di Francesco vagamente malinconico, come se gli occorresse un’aria pura, un venticello, una diretta visione del cielo e di quel che ci circonda; peccato per la grata, quella grata che tanto segnò i secoli, così misteriosa e attraente, fonte di deliziose fantasie. Cosa ci ha voluto dire il Papa? Tante ipotesi che possono stimolare il nostro intelletto, senza la necessità di mostrare denti da tigre, come appaiono negli interventi di lettori di giornali per niente anticlericali e aperti a ogni pensiero. Ecco un improperio aizzato dalla confessione a cielo aperto. “Ma perché non se ne va a confessare tutti i clandestini che è andato a visitare? Paura per la sua testa?”. A noi tutti è lecito scherzare e ironizzare, i preti e i papi sono un eterno bersaglio, la tradizione romana è fatta di sfottò piuttosto volgari, a volte trasfigurati dall’arguzia e dalla poesia.

 

Ma qui non si tratta di eleganza o intelligenza, di Belli e Trilussa, è in gioco altro, e tu ben lo sai, Francesco, tu che conosci l’odio. E ti prepari. Per quante tu ne possa combinare, e nell’amore errare, l’odio che da tante parti t’investe ti porterà in paradiso.

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