Scopate reali

Filippo e la tragedia di apparire come il tutto senza essere niente, se non una genetica eredità

8 Aprile 2015 alle 06:17

Scopate reali

Di suo padre mormorano, dicono, invidiano, scrivono, proclamano, condannano, sghignazzano, che si è scopato millecinquecento donne, la qualcosa necessariamente avrà influito sul carattere del giovinetto Filippo ora re di Spagna, inerme spettatore del composto dolore della madre, la deliziosa principessa greca Sofia, che pure avrà amato quel Juan Carlos assai piacente, almeno in gioventù, quando era innamorato di Sandro Pertini e ascoltava rapito gli insegnamenti di una vita senza accorgersi che erano scientifiche mosse di scopone.

 

Il figlio di un padre libertino ha due strade aperte: diventare gay per far piacere a mamma o ripercorrere la paterna rotta di coureur de femmes. Fin dalla prima giovinezza Felipe fu costretto a una terza strada: grazie al suo rango toccò a lui essere rincorso dalle ragazze, lo statuto di re offre notevoli comodità che, come ogni facilitazione, possono trasformarsi in handicap. Tuttavia è difficile non invidiargli il flirt con Inés Sastre, che molti hanno avuto il piacere di vedere giovanissima recitare in mutande nel penultimo film di Antonioni “Al di là delle nuvole”. Il successivo matrimonio con una borghese depone bene per l’anima di Felipe, testimonia come il ragazzo non fosse ligio ai comandamenti della corte ma a quelli dell’amore, e questo è un punto a suo favore sempre che non lo sia a suo sfavore: personalmente, infatti, trovo sublime la tirannia della corte e non capisco perché con tutte le misteriose contessine che nascondono la loro fervente sessualità nell’ombra degli antichi manieri un re va a scegliersi – o è scelto? – una anchorwoman della tivù, usurata dagli occhi di milioni di villani. Un giovanotto coraggioso, contromano? Bah, la trasgressione non fa più scalpore da quando il principe Orsini squassò il soglio pontificio per la ventenne Belinda Lee. Altri tempi, ora il politicamente scorretto va troppo di moda, e da un sovrano spagnolo erede del Siglo de Oro ci si aspetta qualcosa di più. Se mi è lecito fare una previsione, lo vedo a un certo punto della sua vita in un convento andaluso.

 

Come il lettore si sarà accorto, conosco pochissimo la vita e le imprese di Felipe VI e questo va bene. Le diagnosi più acute arrivano quando nulla si sa dell’ospite sul lettino, sicché in preda alla fantasia lo psicoanalista azzarda; così almeno sosteneva Sàndor Ferenczi, che Freud in persona volle suo sparring partner. A occhio Felipe sembrerebbe un caballero inesistente; eppure sono i tipi come lui ad dimostrarsi capaci di tutto. Pensiamo a Francesco Ferdinando che pareva un inetto e invece a Sarajevo scatenò la fine del mondo eclissando il cugino Rodolfo che suicidandosi con Maria Vetsera aveva cercato di allestire il grande spettacolo della Belle Epoque. Un brivido Felipe l’ha dato quando nel suo discorso d’insediamento ha detto: “La corruzione va ammazzata”, e accanto a lui c’era la sorella incriminata per traffici illeciti. Per dire quella violenta frase Felipe VI si era fatto crescere la barba sul pallido viso di spilungone di due metri e dal portamento invero assai dignitoso, capace di piegarsi in un sincero lutto davanti alla tragica morte dei suoi connazionali.

 

Grandezza regale

I re riservano sempre delle sorprese, la loro testa è tutt’altro che vuota, rigurgita di slanci amorosi per la libertà e di celato odio verso quella feroce regalità che li piega a orrende umiliazioni, causa prima, ho motivo di credere, di nevrosi e malinconie. Di quanta gente più potente o degna – dominanti capi di stato e celebri artisti – i re devono subire la subdola, pietosa deferenza! Re Felipe per anni ha conferito il premio Principe de Asturias a grandi scrittori, un supplizio sempre minore della tragedia del suo collega svedese, davanti al quale s’inchinarono i divini Isaac Singer e Eugenio Montale. Quale brivido di orrore può percorrere un re davanti all’inchino dell’immortale William Faulkner, che già era basso di statura? Come i Papi bramano lavare i piedi ai delinquenti, così i Grandi inchinandosi davanti a un blasonato nulla, assurgono a esempio di divina umiltà; viceversa quale umiliazione per il re sopportare la tragedia di apparire come il tutto senza in realtà essere niente se non il fato di una genetica eredità. In questo supplizio consiste la regale grandezza. E così caro Felipe, re di Gerusalemme e di Navarra, duca di Lotaringia e di Carinzia, langravio di Alsazia e marchese di Oristano, conte delle Fiandre e di Namour, Signore di Biscaglia, Pordenone e Tripoli, capisco, rispetto e apprezzo la tua sofferenza. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi