Dalla pena all'ansia

Alberto Brambilla

    Roma. La fine del governo Lega-Movimento cinque stelle, che ha portato il paese in stagnazione, non è un sollievo per gli imprenditori perché la frustrazione si è trasformata in ansia con la crisi aperta da Matteo Salvini. La prospettiva di un'alleanza tra Partito democratico e M5s rischia di replicare i canoni di una coalizione conflittuale come quella precedente. Il ritorno alle urne invece richiederebbe mesi: non è detto che la legge di Bilancio possa passare entro la scadenza di dicembre, e potrebbe incentivare la speculazione sui mercati finanziari mentre la crescita europea è in stallo.

    “Sono frastornato. Ci sono ipotesi di un governo provvisorio, a lunga scadenza, a fine immediata con elezioni anticipate, soluzioni in contraddizione l'una con l'altra”, dice Gabriele Buia, presidente dell'Associazione nazionale dei costruttori edili, che rappresenta 20 mila imprese. Il settore edilizio non è mai ripreso dalla crisi del 2008 ed è in estrema sofferenza tra ritardi nei pagamenti e mancati investimenti. Il governo aveva promesso di fare ripartire i cantieri per decreto, un decreto rivisto due volte in sei mesi, che ancora deve essere attuato. “Occorre aggredire il bubbone della burocrazia, non possiamo continuare a vedere provvedimenti fatti e poi smontati – dice Buia – Ci sono i grandi fondi con cui parlo che sono allibiti, nessuno investe in un paese con queste alternanze: non è una questione di colore politico ma di un minimo indirizzo strategico”.

    La crisi politica non ha una faccia migliore nemmeno vista dalle località turistiche, dove i flussi di visitatori per l'estate sono previsti in calo. “Reduce dall'esperienza dell'ultimo anno abbiamo visto solo liti tra i due partiti al governo, e vedo lo stesso film con un'alleanza tra Pd e M5s”, dice Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi che rappresenta più di due terzi delle strutture alberghiere italiane. “Mi chiedo come possano garantire governabilità due partiti che fino a ieri se ne sono dette di tutti i colori e si mettono insieme solo quando c'è l'ipotesi di governare. Magari fanno un programma comune, ma rischiamo che sia solo un modo per buttare la palla in avanti oppure di proseguire tra molti molti compromessi. Non è un paese che ha bisogno di compromessi. Meglio votare, vinca chi vinca ma almeno con un governo capace di decidere”.

    Uno dei primi “compromessi” – difficile – che il Pd dovrebbe ottenere è il trasloco del capo politico del M5s Luigi Di Maio dal ministero del Lavoro o da quello dello Sviluppo economico, dove la performance è stata pessima per il made in Italy. “Con due ministeri non si riescono a vedere risultati positivi”, dice Paolo Scudieri, amministratore delegato di Adler e presidente dell'Anfia, l'associazione di costruttori di veicoli e di componentistica con 2.200 imprese per oltre 156 mila addetti diretti. “In entrambi i casi serve un ministro che sappia sappia produrre una politica al passo con le sfide mondiali, nell'automobile ogni minuto perso è guadagnato dalla concorrenza”. L'unico provvedimento pentastellato per il settore automobilistico ha tassato le auto tradizionali per incentivare l'acquisto di quelle elettriche – che l'Italia non produce – col risultato di ritardare gli acquisti e lasciare un parco circolante vecchio e inquinante. “In caso di voto l'indebolimento del M5s in Parlamento sarebbe un fattore negativo in meno rispetto a questo governo o a quello in formazione”, dice Scudieri.

    “Il vuoto politico in attesa del voto ci penalizza”, dice Dino Scanavino della Cia-Agricoltori Italiani, con 900 mila agricoltori iscritti, riferendosi sia alla legge di Stabilità per evitare un aumento dell'Iva sui prodotti alimentari sia alla possibilità, invero remota, di indicare un commissario europeo all'Agricoltura. “Pd e M5s dovrebbero mettersi d'accordo sulla rinuncia ai ministeri perché serve un governo di competenti con dei ministri presi fuori dal Parlamento. Non possiamo fare dei remake delle cose che abbiamo già visto”.

    “C'è ovviamente massima fiducia nelle decisioni del presidente Mattarella. Però si rischia di vedere un remake dello stesso film se non vengono decise politiche adeguate per rilanciare l'economia in un momento molto critico”, concorda Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, 400 mila imprese associate, giacché il settore primario è esposto alla guerra commerciale americana più d'altri. “Altrimenti l'unico remake che vedremo è la condizione economica di grave recessione paragonabile al post torri gemelle e Lehman Brothers”.

    Alberto Brambilla

    • Alberto Brambilla
    • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.