Diplomazia dell’arancia

Luciano Capone

Reporter:

Luciano Capone

1

22/03/2019

Roma. “Il primo carico di arance italiane è arrivato in Cina! Un nuovo mercato e grandi opportunità per i produttori italiani”, esulta l’Ambasciata d’Italia a Pechino, mostrando la foto di otto cassette di arance ferme alla dogana. Per l’ambasciatore Ettore Sequi è un grande successo diplomatico. Che non è quello di far conoscere le arance ai cinesi, anche perché il nome scientifico del frutto (Citrus sinensis) e quello usato nel meridione (purtualli) dovrebbero ricordare che l’arancia è originaria proprio della Cina ed è arrivata a noi attraverso i navigator portoghesi. Il successo è quello di aver raggiunto un obiettivo strategico del governo, che a questo scopo ha dedicato diverse missioni in Cina ai massimi livelli istituzionali.

In realtà Luigi Di Maio e il suo sottosegretario a capo della task force Cina, Michele Geraci, puntavano a vendere i titoli di stato (Geraci voleva addirittura sostituire Pechino alla Bce per “gestire debito e spread”), o almeno l’Alitalia. Alla fine si è ripiegato sulle arance. E comunque è sembrato un trionfo senza precedenti: “Gli agricoltori non potevano esportare gli agrumi perché li potevano mettere solo su nave. Abbiamo raggiunto l’intesa affinché si possano esportare per via aerea”, diceva a novembre di Di Maio da Shanghai. Dopo qualche mese, a gennaio, dal Sacro blog Di Maio annunciava di nuovo, con un’arancia in mano, che “il ministero dell’Agricoltura ha firmato l’accordo con la Cina per la spedizione degli agrumi via aereo”. A seguire un grottesco spot del capo dei grillini siciliani Giancarlo Cancelleri: “Finalmente è possibile esportare i nostri agrumi in Cina direttamente in aereo”. Il problema è che alla fine, queste benedette arance, sono arrivate a Shanghai via nave. Dopo due mesi di viaggio e un po’ guaste. (Capone segue a pagina quattro)

I due container di agrumi sono infatti stati caricati il 31 gennaio, per poi salpare dal porto di Catania il 5 febbraio. Il giorno non è casuale, è quello di Sant’Agata, santa patrona della città etnea, pregata di fare il miracolo di far arrivare i frutti in condizioni di commestibilità. L’azienda siciliana ha selezionato uno a uno i frutti più adatti ad affrontare due mesi di navigazione, ma il video girato dalla televisione cinese mostra che alcune arance sono inevitabilmente arrivate un po’ mollicce. Per il momento si tratta di un test di mercato e tutti si augurano che il prodotto soddisfi i gusti cinesi. Ma è il caso di mettere questo tentativo di penetrazione del mercato asiatico nella giusta prospettiva: l’export italiano verso la Cina di prodotti dell’agricoltura, pesca e silvicoltura è di appena 38 milioni di euro, che corrispondono allo zero virgola qualcosa dei circa 13 miliardi complessivi. Il vero export in Cina l’Italia lo fa sui macchinari (3,8 miliardi), prodotti chimici (1 miliardo), farmaceutici (900 milioni), autoveicoli (800 milioni).

Il settore agricolo non è proprio il nostro forte, anche perché esportare così lontano prodotti a basso valore aggiunto come la frutta non risulta molto competitivo. Inoltre, tra i tanti prodotti agricoli, gli agrumi non sono forse quelli più adatti per sbaragliare la concorrenza locale, perché la Cina ne è il primo produttore mondiale. Secondo i dati della Fao riportati nel “Citrus fruits statistics 2017” la Cina produce 32 milioni e 705 mila tonnellate di agrumi, circa il 25 per cento del totale, molto di più di tutto il bacino mediterraneo messo insieme. Non solo nel mondo più di un agrume su quattro è cinese, ma in Cina la produzione aumenta costantemente: negli ultimi otto anni è cresciuta del 50 per cento (in Italia è leggermente diminuita). C’è da sperare che le nostre arance stagionate piacciano, e se riusciremo nell’impresa potremo anche tentare di esportare i ghiaccioli al Polo sud, ma davvero non si comprende che visione del commercio internazionale si nasconda dietro a tanto entusiasmo per la spedizione di un carico di frutti. Sarà per la passione che negli anni il M5s ha mostrato per le arance, usate come arma contro gli avversari politici arrestati (anche da parte di chi ora si trova nelle stesse condizioni), o magari perché Di Maio si aspetta dal “presidente Ping” una nuova campagna anti corruzione che rilanci questo tipo di domanda in Cina. Ma è deprimente vedere come in questi mesi sia stata portata avanti la delicata trattativa con la Cina che ha creato tensioni con i nostri alleati: da un lato un paese interessato alle infrastrutture, alle telecomunicazioni e al 5G, dall’altro uno che punta sull’export di arance via nave dall’altro lato del mondo. Tra i due è l’Italia che ha assunto il ruolo di paese in via di sviluppo.

Luciano Capone