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Lucidi davanti al pericolo. La lezione di Boualem Sansal

L'intellettuale franco-algerino spiega come il suo paese è finito schiacciato dalla stessa minaccia che ha attraversato il Mediterraneo: "Bisogna accendere, da qualche parte in lontananza, nuove Luci. E camminare verso di esse”

"Cari amici, prima di diventare economista, ero ingegnere” scrive Boualem Sansal nella Revue des Deux Mondes. “Ho lavorato sui motori a reazione. Ho intrapreso una brillante carriera, in particolare in collaborazione con la Nasa. Ho partecipato a progetti che potete ancora vedere oggi quando vengono lanciati i satelliti. Ero felice. Il mondo degli ingegneri è un mondo meraviglioso. E’ quello della logica, della matematica, un universo in cui le regole sono chiare. Una volta apprese le formule, tutto funziona. Uno più uno fa due. Due più uno fa tre. E così via, all’infinito. Avevamo inventato una macchina del progresso. Se si potesse trasporre tutto questo alla politica, sarebbe meraviglioso! L’ingegnere che ero frequentava anche ambienti militanti – socialisti, comunisti – e lì ascoltavo discorsi appassionanti. Perché se l’ingegnere lavora sulla materia, deve anche guardare agli uomini. E lì ho scoperto qualcosa di essenziale: gli uomini esistono, e bisogna capirli. All’epoca pensavo che l’economia consentisse questa comprensione. L’economia osserva le strutture sociali: produttori, consumatori, lavoratori, disoccupati. Descrive meccanismi che sembrano automatici, governati da quella famosa ‘mano invisibile del mercato’. Ma nel cercare di capire l’uomo, scoprivo soprattutto che era prigioniero di quei meccanismi. E mi ponevo delle domande. Molte domande".

 

"Come tanti studenti prima di me. A quel tempo, avvertivo vagamente che qualcosa stava accadendo nel mondo – qualcosa che non sapevamo ancora definire. Un profondo cambiamento nella società, invisibile alle categorie classiche dell’analisi. Né la scienza, né l’economia, né la religione bastavano a spiegarlo. Allora parlavamo di ‘idee disparate’. In matematica, tutto procede in modo lineare. Anche in economia, più o meno. Ma in questo caso si trattava di idee senza un’articolazione apparente, di forze sotterranee che non si ordinavano secondo alcuna logica conosciuta. Mi sono quindi posto una domanda decisiva: in che modo una religione – l’islam, religione complessa, antica, strutturata – incontra un mercato deregolamentato e strutture sociali fatiscenti? Cosa succede quando società disorganizzate si scontrano con certezze assolute? Ne nasce qualcosa di nuovo: l’islamismo. Non come semplice progetto di conquista del potere, ma come profonda rimessa in discussione della civiltà".

 

"Un giorno mi sono unito a un gruppo di amici. A guidarlo c’erano due degli scrittori più importanti dell’Algeria: Rachid Mimouni e Tahar Ben Jelloun. Osservavano la società in modo diverso – né come economisti, né come teologi, né come scienziati. Cercavano di riflettere su ciò che stava nascendo sotto i loro occhi. Ho dato il mio contributo: una lettura scientifica, economica, razionale. Eravamo alla fine degli anni Ottanta. L’Algeria era in fermento. Gli islamisti entravano in scena, rivendicandosi musulmani, portatori di un progetto di conquista del potere. Il gruppo a cui appartenevo divenne un bersaglio. Furono quasi tutti assassinati. Forse dagli islamisti. Forse dal potere. Forse da altri ancora. Non importa: la violenza era diventata il linguaggio comune. La società passò dal dibattito conflittuale, con le sue possibili mediazioni, alla logica dello scontro armato. Ormai non c’era più alcun arbitro. Nessuna mediazione. O tu o io. Vivere o morire. Il gruppo fu distrutto. Rimasero alcuni sopravvissuti. Rimasi io. Mi chiesi allora come portare avanti la lotta intellettuale di coloro che erano scomparsi. Tra noi c’erano scrittori, psicologi, difensori dei diritti umani, giornalisti. Un gruppo informale, fragile, oggi scomparso. E’ così che ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, ‘Il giuramento dei barbari’ – forse l’unico, in realtà –, di cui gli altri miei libri non sono, in fondo, che frammenti (…)".

 

"La domanda che allora ci si poneva era semplice e terribile al tempo stesso: come guardare una società che va a fondo senza tacere? E’ così comodo restare a casa a commentare l’attualità, a deplorare le catastrofi del mondo senza mai esporsi ad esse. Ma passare dall’osservazione all’azione è una prova. Una prova dolorosa, quasi insopportabile. L’osservatore diventa attore solo al prezzo di un dolore estremo. L’ho provato. Un dolore intimo, profondo, fatto di micro-eventi che risuonano dentro di te fino a impedirti di dormire, fino a costringerti a scegliere. I miei amici erano morti, esiliati o ridotti al silenzio. Cosa fare? Come dissolvere questa violenza che invadeva l’Algeria? Come trovare una soluzione quando non si dispone di alcuno strumento, di alcun ‘software’ per affrontare il crollo di uno stato ancora giovane, privo di una solida memoria politica e di esperienza in questo tipo di crisi? Credevamo di aver trovato una via d’uscita: mobilitare l’occidente. L’occidente aveva i mezzi, l’esperienza, la storia delle rivoluzioni, dei conflitti, delle ricostruzioni. Abbiamo pensato che avrebbe saputo capire. Che ciò che ci stava accadendo non era un fenomeno locale, ma una creatura strisciante, un millepiedi ideologico capace di attraversare il Mediterraneo senza sforzi. Allora abbiamo scritto. Io ho scritto. Kamel Daoud ha scritto. Altri ancora l’hanno fatto (…)".

 

"Se non avevamo una soluzione, dovevamo pur andare a cercare chi potesse averne una. Fu una delusione immensa. Perché l’occidente era smarrito quanto noi. Solo che ancora non lo sapeva. Venticinque anni fa, ci si poneva seriamente questa domanda assurda: ‘L’islamismo è l’islam?’. Abbiamo capito che bisognava continuare a scrivere. Mobilitare. Rivolgersi alle élite. Produrre libri complessi, impegnativi, sperando che influenzassero i poteri forti. Purtroppo, non è bastato. Allora, cosa fare? Ripensavo spesso a quell’idea espressa da Camus: la rivolta inizia dall’individuo. Un’indignazione intima diventa un programma di vita. Ma quando la rabbia coinvolge interi popoli, genera qualcos’altro: un’ideologia. Una forza che va oltre gli individui".

 

"La Francia, l’Europa, hanno perso qualcosa di essenziale. La capacità di analizzare la realtà, di proiettarsi nel futuro, di ricostruire (…). Sono stato arrestato il 16 novembre 2024 (…). Fin dal primo giorno, non sei più un individuo. Sei un detenuto (…). Quando la libertà comincia a diventare di nuovo un’ipotesi realistica, emerge un altro timore: quello di non sapere più come essere liberi. Si perde il senso del tempo. Ci si allontana dal mondo. Lo vedo ancora oggi: faccio fatica ad abbandonare certe abitudini da detenuto, a ritrovare i riflessi di un uomo libero, organizzato, che si attiene a calendari, appuntamenti, progetti (…). Da alcuni anni, un pensiero mi tormenta. L’Illuminismo non è mai stato opera delle masse. E’ nato da pochi individui. Alcuni greci che guardavano il cielo hanno inventato la democrazia, le scienze, il pensiero razionale. Poi il silenzio. Secoli di oscurità. E all’improvviso Montaigne, da solo. Poi Cartesio. Gli enciclopedisti. Le grandi rotture intellettuali sono sempre portate avanti da minoranze. Ecco perché oggi lancio questo appello, quasi ingenuo: ci servono dieci filosofi. Dieci. Non di più. Che si rinchiudano da qualche parte, in campagna, per qualche giorno. Che tornino con nuove Luci. Affrontare i problemi non basta più. I problemi sono visibili, evidenti ai nostri occhi. Intervenire su di essi non basta. Bisogna superarli. Bisogna proiettarsi oltre. Bisogna accendere, da qualche parte in lontananza, nuove Luci. E camminare verso di esse”.

(Traduzione di Mauro Zanon)

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