Ansa
un foglio internazionale
L'Iran da un Settantanove a un altro
Un’esule iraniana racconta Khomeini e come in occidente si ripete la sua propaganda. "Oggi la Repubblica islamica sta usando la stessa vecchia tattica per confondere e sovrascrivere la volontà del popolo". L'articolo di Dina Nayeri sul Wall Street Journal
"In sette decenni di audacia e propensione al rischio, il più grande rimorso di mia madre è stato aver marciato per la rivoluzione del 1979 in Iran”, scrive Dina Nayeri sul Wall Street Journal. “Aveva 23 anni, era una studentessa di medicina appena sposata e incinta del suo primo figlio. Quando scoppiarono le proteste per cacciare lo Scià, si presentò insieme alla sua comunità, un gruppo molto unito di studenti laureandi frustrati dalla sua stravaganza e dalla sua tirannia. E, sebbene negli anni Settanta avesse indossato pantaloni a zampa d’elefante alla moda e fosse andata in giro senza velo con un taglio di capelli elegante, si mise il chador per sostenere di nuovo il suo gruppo, questa volta per le manifestazioni che spalancarono le porte dell’Iran alla corrotta e assassina Repubblica islamica. Negli anni Sessanta e Settanta, un Iran laico prosperava artisticamente e culturalmente. Per volere dello Scià, il paese si stava occidentalizzando e modernizzando: una prospettiva entusiasmante o spaventosa, a seconda di chi si fosse. Ma lo Scià era una figura problematica, osceno nelle sue ostentazioni di ricchezza e spietato nella repressione del dissenso. Divenne il simbolo della decadenza occidentale, della disparità di reddito, di uno stile di vita amorale e della sottomissione agli interessi occidentali. Sebbene ciascuna delle fazioni sparse in Iran volesse qualcosa di diverso, iniziarono a unirsi nel desiderio comune di liberarsi di lui. Il gruppo di mia madre era composto da moralisti: giovani conservatori, protetti, figli di genitori universitari, che credevano in Dio, nel matrimonio e nello studio. Non erano necessariamente conservatori che indossavano l’hijab o addirittura musulmani; mia madre era musulmana, ma le sue amiche più intime erano baha’i ed ebree. Tuttavia temevano che le idee occidentali permissive stessero cambiando l’Iran. Per loro, la ‘Westoxification’ significava la fine della modestia – Playboy in edicola, donne nude in televisione – l’individualità sopra la comunità e l’erosione di migliaia di anni di cultura e moralità iraniana.
Poi c’erano i marxisti, inclusi quelli del Partito Tudeh, che volevano scrollarsi di dosso le influenze capitaliste e occidentali per orientarsi verso il comunismo. E un cerchio sovrapposto di liberali e intellettuali che desideravano ripristinare la costituzione del 1906, con elezioni libere e libertà civili. I più anziani tra loro avevano assistito al colpo di stato del 1953, sostenuto dalla Cia, che rovesciò il popolare primo ministro Mossadegh (che aveva nazionalizzato l’industria petrolifera) a favore di uno Scià più controllabile. Sul fondo c’erano persone comuni come mio padre, non si organizzavano né si preoccupavano troppo dei cambiamenti culturali; ciò che li indignava era che le loro famiglie faticavano per i bisogni essenziali mentre lo Scià si arricchiva con il petrolio del popolo.
Una fazione che invece desiderava davvero una teocrazia era quella degli islamisti radicali, che, con le loro barbe incolte e il disprezzo per musica e arte, somigliavano ben poco alla maggior parte dell’Iran degli anni Settanta. Il loro leader, Khomeini, era in esilio in Francia ed era avvolto nel mistero. Oggi, dice mia madre, una ricerca su Google può rivelare in un minuto più sull’ideologia di Khomeini di quanto l’intera popolazione sapesse allora. Allora come fecero i religiosi a dirottare la rivoluzione del popolo. So che può sembrare strano dire che la rivoluzione non riguardava l’islam; che il popolo iraniano allora, come oggi, era religiosamente variegato, in gran parte laico, con un’antica eredità artistica e intellettuale radicata nello zoroastrismo. Se dovessi descrivere ogni iraniano con un’unica affermazione culturale, direi: un iraniano è un poeta melodrammatico biologicamente incapace di allontanarsi da cibo, musica o una festa. Alla gente comune, Khomeini fece promesse grandiose: che i poveri, le minoranze religiose e le donne sarebbero stati meglio sotto il suo governo. Arrivò persino a dichiarare in interviste e discorsi che le donne avrebbero avuto più diritti degli uomini. La tattica funzionò. Lo Scià salì su un aereo, raccogliendo una manciata di terra iraniana mentre partiva. Khomeini, il religioso che aveva promesso tutto a tutti, arrivò su un jet occidentale da Parigi. ‘Avremmo dovuto capirlo’, dice mia madre, ‘perché quale esiliato torna su un jet di lusso dalla Francia?’.
Subito dopo aver preso il potere, la Repubblica islamica assassinò i leader delle fazioni che le avevano spianato la strada, pubblicando foto cruente delle loro morti sulle riviste nazionali. E, a meno di due anni dall’inizio del nuovo regime, mia madre e le sue amiche già rimpiangevano il loro coinvolgimento cieco (…). Quando avevo dieci anni, a mia madre (ormai convertita al cristianesimo e molto esplicita nelle sue posizioni) fu concesso asilo negli Stati Uniti e venne mandata in Oklahoma con me e mio fratello. Ci unimmo a una comunità cristiana, dove spesso ci veniva chiesto di raccontare la nostra storia nelle chiese locali. Parlavamo di come Gesù ci avesse scelti, salvati, dei pericoli da cui eravamo scappati. Omettevamo le parti che non rientravano nella narrazione dell’immigrato: che ci mancava l’Iran; che i musulmani che conoscevamo non erano militanti. Che la nostra cultura era antica, ricca e variegata. Nessuno sembrava interessato a quelle sfumature (…).
Notai per la prima volta un cambiamento nella reazione progressista verso l’Iran alla fine degli anni 2010. Tra il 2017 e il 2020 pubblicai diversi saggi e un memoir sulla prigionia di mia madre e sulla nostra fuga dalla Repubblica islamica, e sullo sradicamento che ne seguì. Donne americane libere si permettevano di dire questo a me, un’iraniana che aveva trascorso tre anni sotto l’hijab forzato, in una scuola della Repubblica islamica. Un’accademica mi chiese apertamente: se amavo così tanto l’Iran, perché lo denigravo? Poi, nell’autunno del 2023, dopo gli attacchi del 7 ottobre, quel sostegno si prosciugò del tutto. Iraniani formati in occidente come me continuano a sentire alcuni coetanei – scrittori e accademici umanitari, altrimenti ben informati – ripetere i punti di propaganda della Repubblica islamica: che la diaspora è disinformata, allarmista, manipolata da Trump o da Israele o da forze razziste e imperialiste di destra. Gli iraniani muoiono nelle strade, ma anche figure pubbliche molto esplicite come Greta Thunberg, che sostengono apertamente una Palestina libera e i diritti delle donne (entrambi obiettivi compatibili con un Iran libero), e che hanno goduto delle libertà occidentali, restano in silenzio sull’Iran. Dove sono le proteste nei campus universitari, le campagne sui social? Il problema è che la questione è stata mal inquadrata. Quando ho iniziato a pubblicare video su Instagram a sostegno delle ultime rivolte in Iran, il mio feed ha cominciato a spostarsi a destra su una serie di questioni non correlate. Perché l’algoritmo dovrebbe pensare che io condivida molto di quella retorica, se non perché le mie posizioni sull’Iran sono state catalogate insieme ad essa?
Oggi, nel 2026, la Repubblica islamica sta usando la stessa vecchia tattica per confondere e sovrascrivere la volontà del popolo. Vuole che si distolga lo sguardo dai suoi crimini e si è astutamente agganciata alle vittime di Gaza. Proprio come nel 1979, quando i religiosi convinsero tutti a unirsi su generiche vibrazioni antioccidentali, ora stanno beneficiando dell’impulso a radunarsi attorno a generiche vibrazioni antirazziste. Certo, l’omicidio di massa sponsorizzato dallo stato è sbagliato – ma chi vuole essere scambiato per un imperialista o un islamofobo? Come donna che ha trascorso i suoi primi otto anni tremando sotto lo sguardo del regime, rimproverata dagli insegnanti e costretta a gridare slogan d’odio nel cortile della scuola, sono sconcertata da questa incoerenza morale: giustamente siamo indignati per la brutalità dell’Ice. Ma la polizia morale iraniana brutalizza i cittadini in modi anche peggiori da quasi mezzo secolo. Siamo disgustati dai dossier Epstein, ma in Iran bambine di appena nove anni sono costrette a sposare uomini anziani. Non servono dossier segreti. E la Repubblica islamica ha fucilato, impiccato o altrimenti assassinato migliaia di innocenti, inclusi minori.
Da dicembre sento tornare la vecchia solitudine. Sono americana e iraniana, una femminista progressista, un’umanitaria. Credo nei valori liberali. Sto anche cercando di formare opinioni in modo più riflessivo, e sono arrivata a questo punto: trovo razzista credere che tu sia abbastanza sofisticato da aver bisogno della democrazia, mentre gli iraniani no. Tutti vogliamo le stesse cose: la nostra parte delle risorse della nostra terra, una voce nel governo e la libertà di prosperare secondo la nostra natura. Nessuno, musulmano o cristiano o baha’i o ateo, vuole vivere schiacciato dal dominio del dio di qualcun altro. E capisco: non possiamo pretendere che tutti studino ogni questione o si mobilitino per ogni battaglia. Spesso decidiamo fin dall’inizio: sono un umanitario oppure sono un cristiano conservatore, e accettiamo il manuale del nostro gruppo, presumendo che ogni opinione sia stata vagliata da esperti e che nella maggior parte dei casi saremo nel giusto. Ma a volte le nostre comunità sbagliano. Gli umanitari possono ignorare le atrocità. Le femministe possono trascurare il sessismo. Facciamo compromessi, alleanze ed errori – ed è umano. Ma serve umiltà intellettuale, curiosità e coraggio per correggere quegli errori e allontanarsi dal gregge verso una verità disordinata e complessa”.
(Traduzione di Giulio Meotti)
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