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Il nuovo dio sportivo: una sintesi perfetta tra corpo e spirito
Il filosofo Jean-Luc Marion, da grande tifoso, analizza la passione per il gioco: “Le persone corrono per dimostrare a sé stesse di avere un’anima”. I punti in comune tra l'ascesi sportiva e la vita monastica. L'intervista su Libération
Nel saggio “La Raison du sport” (Grasset), il filosofo e accademico di Francia Jean-Luc Marion celebra lo sport come luogo di sublimazione della carne e di rafforzamento dell’anima, e stabilisce una sintesi tra corpo e spirito, da fedele cattolico qual è, sottolineando i valori comuni tra la vita religiosa e quella sportiva. Libération l’ha intervistato. Nel suo libro lei evidenzia alcune analogie tra la vita sportiva e quella spirituale. “Ce ne sono molte. San Paolo fa continuamente riferimento ai giochi antichi, come quelli istmici di Corinto, e utilizza persino un vocabolario sportivo piuttosto tecnico. Questo perché lo sport agonistico, orientato alla prestazione, si basa sulla sfida di realizzare qualcosa che è, in fondo, impossibile. Battere il proprio record personale è molto più difficile che battere un avversario, perché richiede di diventare qualcosa in più di sé stessi. Questo è esattamente il fondamento della vita spirituale: devi smettere di essere un individuo irresponsabile, egoista, disperatamente mediocre, per diventare ‘un po’ meno incapace’. Quando vedi chi sei veramente nei tuoi momenti di lucidità – se ce ne sono – pensi sia impossibile diventare migliore di quello che sei. Lo sport è un’esperienza incarnata di questa impossibilità spirituale che tuttavia, a volte, diventa effettiva”. Lei rileva molti punti in comune tra l’ascesi sportiva e quella monastica. “L’analogia è evidente. Innanzitutto, l’obbedienza: all’allenatore, al selezionatore, ai giudici. Non si discute la loro decisione, così come non si discute sempre quella del superiore o dell’abate. Poi c’è una forma di povertà. Certo, una minoranza di atleti guadagna milioni, ma molti altri, anche medaglisti olimpici in alcune discipline, non hanno quasi nulla e talvolta si ritrovano persino socialmente declassati. Si pensi anche alla povertà del loro stile di vita: non possono permettersi gli eccessi abituali, non bevono, non fumano, mangiano pesando ogni singolo alimento. Penso ai ciclisti professionisti: la loro vita è regolata, controllata, al grammo. Vivono una forma di ascetismo imposto. Infine, esiste una castità di fatto, o almeno una grande riservatezza, poiché la vita affettiva o sessuale deve spesso sottostare ai vincoli dell’allenamento e del recupero. Ciò che trovo più impressionante è che anche i giovani spesso emarginati e desocializzati accettano spontaneamente queste regole quando entrano in un centro di formazione sportiva serio. Lì, questi giovani obbediscono, si piegano ai vincoli, accettano di adeguarsi, anche se poi non riescono a firmare un contratto”. Per lei, l’impresa sportiva permette anche la rivelazione di un “altro sé”. “Nell’allenamento, come nella competizione, si fa l’esperienza volontaria di diventare, almeno per un po’, carne viva: ‘Le mie gambe sono io’. Quando l’impresa sportiva ha successo, quando si è in “stato di grazia”, come si suol dire, si diventa letteralmente un altro sé. Si va più veloci di sé stessi, oltre sé stessi. ‘Io è un altro’: questa frase di Rimbaud è spesso vissuta in modo molto concreto dagli sportivi. E’ questo che ripaga tutti gli sforzi. Lo sport, quando funziona, dà l’impressione di una breve trasfigurazione”.
Il culto dei grandi sportivi, questi nuovi idoli pagani, e tutto il business dello sport che ne deriva non le danno fastidio? “Non proprio, perché è normale. Ogni società ha bisogno di idoli. Le persone devono potersi identificare con una figura che rappresenta ciò che avrebbero potuto diventare se fossero riuscite a ‘diventare qualcuno’. Più l’idolo raccoglie adoratori, più genera denaro. Lo troviamo ridicolo, ma non è una novità. E, soprattutto, non si tratta anzitutto di una logica economica, ma spirituale. Le persone hanno bisogno di scegliere un ideale incarnato. Guardate coloro che spendono somme folli per acquistare magliette del Paris Saint-Germain, spesso brutte e prodotte in condizioni discutibili, per vivere un’identità puramente immaginaria di tifoso. Il loro gesto è profondamente antieconomico: sacrificano denaro reale per un’appartenenza simbolica. Ma in questo modo rispondono a un bisogno spirituale, in senso forte”. Ma questi idoli sportivi miliardari hanno comunque, nella mente di molti, detronizzato il Dio in cui lei crede. “Per detronizzare Dio, bisognerebbe prima raggiungerlo: siamo seri! Ci sono sempre stati degli idoli: un tempo erano i guerrieri, poi i grandi uomini d’affari, i re ‘molto cristiani’ o ‘molto cattolici’. Oggi, a volte sono gli sportivi. Perché ogni società è costruita su un sistema di idolatria, e il fatto che questo sistema si adorni puntualmente di riferimenti cristiani non cambia nulla in fondo. I re di Francia si definivano molto cristiani, i re di Spagna molto cattolici, l’imperatore si presentava come quello di un Sacro Romano Impero Germanico molto cristiano. Oggi Putin si pone come zar della Terza Roma, custode della fede ortodossa, etc. Sono forme banali di idolatria politica. Nessuno pensa seriamente che Mbappé, Dembélé, Messi o Ronaldo abbiano una dimensione religiosa nel senso teologico del termine. Sono idoli mondani, il che non è poco. Perché gli idoli appartengono al mondo e sono indispensabili. Ma, in un certo senso, testimoniano il bisogno di Dio: se non ci fosse questo bisogno, non ci sarebbero idoli. Sono testimoni – o contro-testimoni, se vogliamo – della dimensione spirituale dell’uomo”. Lei sottolinea che le grandi narrazioni bibliche sono state scritte nel corso di lunghi viaggi.
“Nell’Antico Testamento è innegabile: si passa il tempo a camminare. Il termine “ebraico” (ivrit) significa letteralmente “colui che passa”, che attraversa, che migra, l’esiliato. L’Antico Testamento è una successione di marce, di migrazioni. Nel Nuovo Testamento, al momento della Resurrezione, tutti corrono: c’è fretta, frenesia, gioia. La grande teologia, molto spesso, si presenta come un itinerario: ‘L’Itinerario dell’anima verso Dio’ di Bonaventura, per esempio. In teologia, il cammino, il pellegrinaggio, l’itinerario, sono figure fondamentali. Lo sport ha quindi un significato quasi biblico, se vogliamo”. Il cristiano che è lei, nel mondo attuale, è messo a dura prova. “No, non credo. O forse non mi accorgo dei colpi che mi vengono inferti. Non ho mai subìto vere e proprie persecuzioni. Ho incontrato opposizioni, ovviamente, ma erano di natura intellettuale, ideologica. Tutti sanno che sono cattolico, che mi occupo di teologia, ma questo non ha mai costituito un handicap decisivo”. Molti cattolici si sentono attaccati. “Sì, ci sono attacchi contro la Chiesa e il cristianesimo, ma non vedo perché questo dovrebbe essere una novità. Rileggete il diario dell’abate Mugnier alla fine del Diciannovesimo secolo e all’inizio del Ventesimo: l’anticlericalismo era molto più violento. Penso che l’idea secondo cui la situazione non sia “mai stata così grave” sia una fantasia. La situazione della Chiesa cattolica è piuttosto buona al giorno d’oggi: c’è un solo Papa, nessuna eresia veramente dominante, e molte grandi tendenze devianti – integralismo, progressismo, catto-marxismo – sono in via di marginalizzazione”.
(Traduzione di Mauro Zanon)
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