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L'aggressività di Trump è un segno del declino americano che lo precede
Secondo Janan Ganesh, la svolta aggressiva degli Stati Uniti non nasce dall’apice della loro forza, ma dal declino relativo: la perdita di status genera paranoia più che magnanimità. L'articolo del Financial Times
"I paesi in preda all’ansia da status devono gonfiarsi il petto. E’ raro che una superpotenza accetti serenamente il declino”. Così Janan Ganesh sul Financial Times. “Deve esserci qualcosa di strutturale che tormenta gli Stati Uniti, e quel qualcosa potrebbe essere il declino. Poiché la performance degli Stati Uniti in questo secolo è stata così straordinaria in termini assoluti — economicamente, tecnologicamente — il loro declino relativo può essere difficile da visualizzare. Ma c’è: nell’efficacia limitata delle sanzioni statunitensi negli ultimi anni, nella lotta per restare in testa sull’intelligenza artificiale, e negli asset strategici che la Cina osa possedere nell’emisfero occidentale. Noi che viviamo una vita migliore di quella in cui siamo nati non possiamo nemmeno immaginare il trauma di chi va nella direzione opposta. Un piccolo calo di status può far perdere la bussola, anche se la posizione assoluta resta buona.
Furono le classi medie della Repubblica di Weimar, impoverite dall’inflazione che divorò i risparmi durante la crisi, a votare per i nazionalsocialisti, non necessariamente i più poveri. In geopolitica, lo stesso processo si riproduce alla massima scala. Cos’è la guerra della Russia in Ucraina se non una protesta contro il suo status ridotto dopo il crollo sovietico? Se è mai esistita una potenza in declino che non si sia comportata in modo erratico mentre si assestava nel suo nuovo status, io non la conosco. La frase di Tucidide, ‘i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono’, circola molto di recente. Si dovrebbe annuire con gravità, come se esprimesse una verità amara ma universale sulle relazioni internazionali. Ma è davvero così? L’espressione implica che un paese diventi più aggressivo man mano che cresce in potenza. Eppure gli Stati Uniti non furono mai più potenti di quanto lo fossero intorno alla nascita di Trump, nel 1946, quando producevano metà dei beni manifatturieri del mondo e detenevano anche il monopolio nucleare. Con tutto questo potere, gli Stati Uniti non ‘fecero ciò che potevano’ ai danni dei deboli. Al contrario, vararono il Piano Marshall e la Nato, capolavori di interesse illuminato. Ricostruirono Giappone e Germania come democrazie pacifiste. La svolta bellicosa del comportamento americano è arrivata, in realtà, durante il suo declino relativo. La leadership spiega una parte di tutto questo, nel senso che Truman era ‘migliore’ di Trump, ma solo in parte. Il resto è strutturale. E’ più facile per una nazione essere magnanima quando sta in alto. Paranoia e aggressività subentrano quando quella posizione scivola. Perciò dovremmo aspettarci degli Stati Uniti volatili finché non si abitueranno al ruolo di una, e non più la, superpotenza. Nessuno cita mai l’altra parte della poesia di Dylan Thomas sul declino. Dopo aver esortato a ‘infuriarsi contro il morire della luce’, concede che arrendersi ha senso: ‘i saggi, alla fine, sanno che il buio è giusto’. Trump preferisce la furia, ma lo farebbero anche altri leader al suo posto”.
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