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Un foglio internazionale
Cosa può imparare l'occidente dagli errori di Foucault sull'Iran
Al filosofo francese è stato rimproverato di aver ignorato la deriva autoritaria del movimento e di aver attribuito ai rivoltosi, nel loro insieme, l’aspirazione a una società pluralista. Le rivoluzioni straniere non devono essere accompagnate in occidente da un entusiasmo quasi poetico, devono essere vigilate, scrive la Welt (21/1)
"Lo slogan ‘Donna, vita, libertà’ non è diventato popolare in Germania. Questo disinteresse è anche un fallimento morale”. Così Thomas Schmid sulla Welt. “Per comprenderlo, occorre guardare agli anni 1978 e 1979, quando il regime dello Scià fu rovesciato. Questo sconvolgimento suscitò inizialmente entusiasmo anche nella sinistra tedesca, sia dogmatica sia non dogmatica. Era una vasta sollevazione popolare, esattamente ciò di cui la sinistra tedesca poteva solo sognare. Ma quando divenne evidente il ruolo dell’’slam, l’interesse calò rapidamente. Ne seguì lo smarrimento. Il testimone forse più interessante di questa incertezza è il filosofo francese Michel Foucault, già allora celebre, noto ben oltre i confini della Francia per le sue analisi taglienti del potere, del sistema carcerario, del sapere e della sessualità. Politicamente era di sinistra, ma senza patria ideologica. Il mondo plurale e vitale degli dèi greci dell’antichità gli era più vicino della severità del monoteismo cristiano. E, a differenza dei marxisti tradizionali, era convinto della forza delle idee.
Nell’ottobre e nel novembre 1978 si recò due volte in Iran, su incarico del quotidiano italiano Corriere della Sera, per raccontare giornalisticamente gli eventi. Molti dei grandi intellettuali francesi, come Jean-Paul Sartre, guardarono fin dall’inizio con scetticismo o indifferenza al cambiamento in Iran. Solo i numerosi giovani ex maoisti, che poco prima avevano ancora celebrato la Rivoluzione culturale cinese, svilupparono una sensibilità per la nuova qualità della rivolta iraniana, non prevista dai copioni rivoluzionari classici. Foucault è più che affascinato dagli sviluppi in Iran. Colpiscono la grandezza e la forza della sollevazione. Scrive: ‘Ciò che accade in Iran è sconcertante per gli osservatori odierni’. A Foucault è stato rimproverato di aver ignorato la deriva autoritaria del movimento e di aver attribuito ai rivoltosi, nel loro insieme, l’aspirazione a una società pluralista. Ma la questione è più complessa. Certo, nel suo entusiasmo Foucault si fece illusioni. Tuttavia non gli si può imputare in modo sommario di non aver osservato con attenzione. I suoi reportage contengono descrizioni precise anche degli aspetti problematici della rivolta. Egli nota il culto di un rozzo antiamericanismo, la precoce presenza di risentimenti antisemiti e anti-israeliani. In nome della libertà e dell’autodeterminazione si diffonde la xenofobia. I manifestanti chiedono che tutti gli stranieri lascino il paese; i tecnici americani sono indesiderati tanto quanto le hostess francesi o i lavoratori afghani.
Allo stesso tempo, Foucault vede nell’anziano ayatollah Khomeini, rientrato dall’esilio in Francia, un asceta dedito alla sua causa sacra, quasi un filantropo, al quale attribuisce una totale mancanza di interesse per il potere. Foucault, solitamente sobrio, si lascia andare a un entusiasmo quasi poetico. Gli appare chiaro, scrive, che in Iran si creda davvero nella ‘forza di un flusso mistico che scorre tra un uomo anziano, in esilio da quindici anni, e il suo popolo che lo invoca’. E loda l’islam sciita perché, a suo avviso, il suo clero non conoscerebbe gerarchie e potrebbe quindi essere compatibile con una società egualitaria. Ma non chiude gli occhi di fronte al fatto che non si tratta affatto di una rivoluzione morbida. E’ turbato dalle voci stridenti dei mullah che risuonano dagli altoparlanti, ‘spaventose come quelle di Savonarola a Firenze, degli anabattisti a Münster o dei presbiteriani ai tempi di Cromwell’. Foucault trova a stento parole sufficientemente entusiaste per descrivere il paradosso storico di un movimento che, pur privo di un leader prima del ritorno di Khomeini, riesce a sviluppare una ‘volontà collettiva perfettamente unitaria’. E’ facile oggi ironizzare sulla ingenuità di Foucault e sulla sua tendenza, in una tradizione romanticamente europea, a attribuire alla rivoluzione iraniana una forza spirituale e umanitaria. Già allora, però, in Europa emergevano correnti intellettuali e politiche che mettevano in discussione il modello di progresso occidentale e ne individuavano gli aspetti distruttivi. E non senza ragioni. Una cosa si può imparare con certezza dall’incursione di Foucault nella teoria politica e nel messianismo: la curiosità per il nuovo e per mondi diversi è una forza che può aiutare a non sprofondare nella routine. Ma bisogna guardarsi dal lasciarsi trasportare da questa curiosità verso mondi troppo fantastici, che alla fine sono solo l’espressione di desideri propri, spesso immaturi.
Ovunque vi siano segnali che una volontà progressista stia scivolando verso il dirigismo, disprezzi la libertà dell’individuo e giustifichi la violenza come mezzo legittimo, ogni simpatia e comprensione devono essere ritirate. Ci sono state troppe sollevazioni che sono iniziate come richieste di libertà e progresso e che poi sono finite nell’oppressione e nella regressione. Foucault poté, disilluso e forse anche annoiato, distogliere lo sguardo dall’Iran. Noi potremmo farlo oggi. Le iraniane e gli iraniani non possono. Corrono il rischio di essere uccisi per strada, arrestati o impiccati”.
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