(foto Ansa)
un foglio internazionale
L'Iran ha fame di libertà
Il romanziere algerino Daoud contro chi spiega la rivolta con il carovita e l’inflazione. “Tutto ci riporta a una domanda di Dostoevskij”
C’è qualcosa di irritante, indecente e perfettamente calcolato nella lentezza con cui alcuni media francesi hanno affrontato la questione” scrive il romanziere algerino Kamel Daoud sul Point. “Ci riferiamo in particolare alla spiegazione “alimentare” di ciò che sta accadendo in Iran, sostenuta da alcuni nonostante gli eventi sanguinosi. Una parte del dibattito pubblico in Francia e in occidente ha inizialmente considerato questa rivolta come un movimento (prima di tutto e soprattutto) contro il caro vita. Dall’autunno 2022, tuttavia, la rivolta scatenata dall’omicidio di Jina Mahsa Amini si è cristallizzata attorno allo slogan “Donna, Vita, Libertà”. Sono emersi anche slogan chiaramente politici, come “Abbasso il dittatore!” o “Abbasso Khamenei!”. Essi prendono di mira esplicitamente il regime teocratico, e non solo l’inflazione. Ridurre queste manifestazioni alla fame significa rifiutarsi di vedere che, da decenni, le donne e gli uomini iraniani lottano per la libertà, la dignità e l’uguaglianza, al prezzo di migliaia di morti e prigionieri. Questa interpretazione “sociale” economica permette tutto: non c’è più bisogno di bloccare le nostre strade, università o concerti, né di scandire “Donna, Vita, Libertà” e “Free, free Iran” per queste popolazioni. Ci si può accontentare di sospirare davanti ai “ventri vuoti” e spiegare che “quella gente” si ribella per il pane. Versione contemporanea del cinico “date loro delle madeleine” ed espressione di un razzismo velato: gli iraniani possono morire, non sono le idee a animarli, ma gli stomaci. Perché questa segregazione, questo trattamento altezzoso riservato a manifestazioni che mettono in gioco il sangue, la vita e il coraggio di folle immense? Innanzitutto perché bisognerebbe evitare qualsiasi “contaminazione”. Ammettere che ci si può ribellare contro un islamismo di potere, sunnita o sciita che sia, significa aprire la strada a rivolte, critiche e smantellamento di argomentazioni. Questo vale per l’euro-islamismo e i comunitarismi che a volte fungono da clientela elettorale in Europa per i partiti populisti. In secondo luogo, bisognerebbe invalidare a tutti i costi l’idea che l’islamismo – califfale o versione mullah – possa essere messo in discussione dagli stessi diretti interessati, a costo della loro vita, nei paesi a maggioranza musulmana. Un musulmano, per fede o per cultura, che si ribella all’islamismo, è un musulmano indesiderabile per coloro che hanno scelto di difendere l’islamismo come un tempo si difendeva il comunismo: a costo di chiudere gli occhi sui suoi pogrom e sui suoi gulag. Da qui deriva questo persistente malessere, questo ritardo nel prendere sul serio ciò che sta accadendo in Iran, questo ostinato rifiuto di andare verso l’ovvio: nella sua forma di regime, l’islamismo teocratico costituisce un potere omicida. Si cerca anche di cancellare una storia precisa. Nel 1979, la rivoluzione iraniana rovescia lo Scià e porta al potere l’ayatollah Khomeini, che istituisce la Repubblica islamica e il principio del velayat-e faqih, il governo del giurista-teologo. Per la prima volta nell’èra contemporanea, il clero sciita prende direttamente il controllo dello stato, del Parlamento, della giustizia e dell’esercito parallelo dei Guardiani della Rivoluzione. Getta così le basi di un modello di teocrazia esportabile, che in seguito ispirerà vari movimenti islamisti sunniti, fino alle fantasie di califfato che l’Isis porterà all’estremo. Pertanto, l’eventuale caduta dei mullah provocherebbe un discreto disagio in coloro che hanno sostituito il “rosso” con il “verde”: l’ideale comunista con la figura vittimistica dell’islamista, considerato il nuovo oppresso assoluto in nome del musulmano. Ciò che sta accadendo in Iran – tra blackout, interruzioni di internet, sparatorie contro la folla ed esecuzioni di manifestanti – rivela anche ciò che le nostre rappresentazioni dicono di noi stessi. La squalifica, attraverso prove sanguinose, della teocrazia iraniana come regime omicida mette a nudo l’illusione secondo cui questi poteri sarebbero un’espressione “autentica” dei musulmani o la loro “essenza” culturale che dovrebbe essere rispettata in un pentimento postcoloniale e in un desiderio di giustizia riparatrice. Ma non si tratta né di una particolarità esotica né di una “differenza culturale”, bensì di una mostruosità politica. C’è tanto da ammirare e da seguire in ciò che sta accadendo nelle città iraniane – lezioni per coloro che confondono un singolo caso di abuso di potere da parte della polizia con una dittatura strutturale, o il coraggio con un intervento alla radio del mattino – quanto in ciò che sta accadendo nelle nostre teste. Ritorna quindi, anche se logora e abusata, la famosa frase di Dostoevskij ne “I demoni”: “Tutta la questione che ci divide si riduce a questo: cos’è più bello, Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio?”. Per alcuni osservatori occidentali, preoccupati di perdere il controllo su un elettorato considerato “esotico” o di vedere smentita la loro passione per l’islamismo globalizzato, gli iraniani chiedono solo stivali nuovi e più economici. Mentre è evidente che, da decenni, a forza di sacrifici, morti, coraggio, cicli di icone e figure, l’Iran illuminato avanza e i mullah indietreggiano. Esitano, uccidono, massacrano e guadagnano tempo perdendo il paese, mentre i manifestanti esprimono un desiderio di bellezza, libertà, vita che obbliga il resto del mondo a guardarsi alla luce della loro audacia. E’ un desiderio di Shakespeare, non di stivali: non si va a vedere Shakespeare a piedi nudi. Ma possedere degli stivali non serve a nulla in un paese in cui la bellezza non è riconosciuta come scopo della vita. Gloria quindi alle donne e agli uomini iraniani, in questo momento che ha qualcosa di “francese” nel senso antico del termine, quello delle grandi rivoluzioni contro la tirannia. Vergogna a quei regimi che, nello splendore di queste rivolte, vedono solo il “brontolio di stomaci affamati”; spesso vediamo il mondo solo come siamo noi stessi. Ed è allora che si comprende il fascino esercitato su tutti noi da ciò che sta accadendo in Iran. Intuitivamente, ognuno intuisce che lì si decide sia il futuro di un paese, sia la contestazione di un modello teocratico, sia la rivelazione del vero volto dell’islamismo, sunnita o sciita. E’ anche la prova che l’islamismo costituisce un crimine, e non un bacino elettorale in Francia. E, di riflesso, l’indegnità morale di coloro che si pongono come attenuatori degli eventi, del coraggio e delle sofferenze degli altri in nome di una tutela ideologica malcelata. Lo stesso meccanismo è all’opera quando si relativizza la dittatura di Maduro in nome di sottigliezze giuridiche internazionali, nascondendo la sofferenza dei venezuelani. Lo stesso vale quando non si trova nulla da dire sulle donne e gli uomini iraniani in lotta, perché si è convinti, quasi in modo suprematista, che nell’“esotico” ogni battaglia sia solo alimentare. Secoli fa ci si chiedeva se “il selvaggio” avesse un’anima. Oggi ci si chiede se i manifestanti iraniani abbiano altre ragioni oltre alla fame biologica, ovvero se abbiano un’anima politica, estetica e morale”.
(traduzione di Mauro Zanon)
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