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I giornali che hanno acceso il populismo

Altro che “popolo contro élite”, in gioco gli interessi economici di alcuni

16 Luglio 2018 alle 08:34

I giornali che hanno acceso il populismo

Il sottufficiale di prima classe Maxie Berry, utilizza una tromba parlante durante un allenamento alla Pea Island Station nei primi anni Quaranta (via U.S. Coast Guard)

“Essere trasportati dal corso degli eventi cruciali della propria epoca ha reso tante persone, da Mazzini a Wagner, ben contente di essere vive durante avvenimenti come i moti europei del 1848 o le primavere arabe del 2011” – ha scritto Michael Burleigh sul Times – “anche se in entrambi i casi la vittoria la portarono a casa le forze reazionarie. Alcuni sostengono che le varie insurrezioni populiste cui stiamo assistendo rappresento un momento altrettanto epocale. Nell’aprile del 2016 Michael Gove sperava che ‘il galvanizzante, liberatorio e potente momento di rigenerazione patriottica’ (intendeva la Brexit) si sarebbe diffuso al resto d’Europa, con i popoli che si sarebbero ribellati a un’Unione europea che egli stesso paragonava all’impero Ottomano o a quello degli zar russi. David Davis ha poi dovuto mestamente riconoscere che non sono susseguite alcune ‘exit’, anche se l’Italia al momento è considerata una terra di lucenti opportunità. Abbiamo sentito la stessa cosa detta da Steve Bannon, nel suo auto conferito ruolo di inviato speciale tra i movimenti che sostengono di rappresentare l’equivalente europeo degli schiavi ebrei di Verdi.

 

Molti movimenti sedicenti populisti si definiscono nei termini di un virtuoso popolo autoctono opposto alle élite globali corrotte. Ovviamente questo non preclude a un movimento populista di fare il tifo per un altro suo pari, come si può evincere dal malcelato gaudio con cui Bannon sta viaggiando da una capitale europea all’altra offrendo i propri servizi, o dal fatto che alcuni Brexiter gioiscano a ogni trionfo elettorale dei neofascisti, degli antisemiti, dei nazionalisti e degli amici della Russia di Putin. Ma una mera conoscenza superficiale di questi movimenti populisti suggerisce che l’idea di una ‘insurrezione popolare’ contro le élite e gli esperti sia una favoletta, utilmente sfruttata per mascherare le divergenze di classe e di interessi economici di alcuni: il finanziere inglese Jacob Rees-Mogg ne è un tipico esempio.

 

In realtà, questi reietti membri delle classi dirigenti hanno adottato ‘il popolo’ allo stesso modo in cui un reggimento adotta una capra come mascotte. In questo senso i ricchissimi come Silvio Berlusconi o Ross Perot, imprenditori trasformatisi in demagoghi populisti, erano semplicemente una spia di quello cui assistiamo oggi. Eppure la ‘rabbia’ che indubbiamente esiste, là fuori, non si è incendiata da sola, come cespugli nella Bibbia. E’ stata incitata e tenuta in vita dai giornali tabloid come il Kronen Zeitung austriaco, o il patinato Die Weltwoche svizzero, diretto dal politico del Partito populista svizzero Roger Köppel. Alexander Gauland, vice segretario dell’AfD, ha diretto un giornale di Potsdam per 15 anni. Anche in Gran Bretagna un sorprendente numero di politici populisti è entrato in politica partendo dalle fila ben più giacobine del giornalismo, dove l’unico limite alle opinioni irresponsabili, ahinoi, è il cielo”.

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