cerca

I nuovi sessantottini, bambini viziati, sono narcisisti: è la religione della disobbedienza

Pascal Bruckner fa a pezzi il nuovo piagnisteo dei conformisti che urlano “indignazione” ma cercano il consenso per farsi più ricchi, scrive Le Point

2 Luglio 2018 alle 17:18

I nuovi sessantottini, bambini viziati, sono narcisisti: è la religione della disobbedienza

Manifestazione Occupy a Londra (foto LaPresse)

“Qual è stato l’evento principale di questa primavera del 2018? Il farsesco ritorno del maggio ’68 contro il vecchio Sessantotto, il desiderio per chi non l’ha vissuto di ripetere in commedia quello che era già un plagio di altri eventi storici”. Così scrive Pascal Bruckner. “La posizione del radicalismo diventa un must per alcuni giovani che brandiscono l’anticapitalismo come un nuovo standard, soprattutto perché non è più appesantito dai disastrosi contro-modelli dell’Unione sovietica o della Cina rossa. Vediamo persino ex maoisti, convertiti al liberalismo sotto Reagan, ritornare più tardi alla dottrina rivoluzionaria, pronti per un nuovo round in attesa del Grand Soir. L’andropausa cattura i sessuagenari calvi, ventripotenti e benestanti, desiderosi di trovare il brivido dei loro vent’anni e di impressionare le giovani donne.

   

E’ strano, a dire il vero, questa attrazione per la figura del ribelle che perseguita in particolare artisti, giornalisti, intellettuali, scrittori, politici. Deve essere visto come uno dei valori rifugio del narcisismo contemporaneo. Il ribelle riconcilia due immagini di valorizzazione: quella dell’uomo o della donna d’eccezione che si eleva al di sopra della massa, quella dell’altruista che mette i suoi talenti al servizio degli altri, che si sacrifica per la loro felicità. Si unisce all’elitismo e alla santità e converte la sua perseveranza in una oblazione per tutta l’umanità. Ecco perché i veri sediziosi sono così rari: sopportare la calunnia, la riprovazione, il disprezzo, la prigione, è un temperamento che non è dato a tutti. Richiede quasi una follia, l’orgogliosa certezza di essere proprio contro il mondo intero. Infine, la modernità ha eretto come regola d’oro, specialmente in Francia, la religione della disobbedienza sin dal suo evento fondatore, la rivoluzione del 1789, ha creato una rottura radicale tra il vecchio e il nuovo mondo.

 

Dallo scienziato torturato che sfida le verità ufficiali e langue nei gulag, senza dimenticare il pittore affamato che si fa strada tra insulti e fischi, la sovversione è diventata, in una democrazia, una doppia garanzia di novità e autenticità. Ma la democrazia, a differenza del dispotismo, è questo regime che si nutre dei suoi nemici e ha posto le critiche al centro della sua operazione: da allora in poi, la protesta diventa un servizio, un quasi-riflesso condiviso, la cosa migliore del mondo. (…)

 

Così proliferano le trasgressioni standardizzate pubblicizzando le critiche della pubblicità, dei media (ah! dire cattiva tv sul piccolo schermo, che godimento!). Sputare nella zuppa diventa l’argomento lucroso per eccellenza: ogni artista deve essere fidanzato, a sinistra ovviamente, tutta la merce da vendere deve includere le proprie critiche accanto alle sue istruzioni. Si diffonde così un accademismo di sovversione al punto che la cultura della provocazione è diventata la cultura ufficiale. Quanti intellettuali, non riuscendo a convincere i lettori attraverso i propri libri, stanno cercando di ottenere in questo modo la fama (…)

 

Ci sono troppi notabili del mondo dello spettacolo, delle lettere, dello sport e dell’accademia che giocano a fare i rinnegati. L’ex calciatore Eric Cantona ha invitato i francesi a svuotare i loro conti bancari per ‘invertire il sistema’ e creare un panico finanziario. Avevamo già sperimentato i patron rossi che hanno finanziato l’Unione sovietica, ora è il milionario che castiga i ricchi, ma senza toccare il suo bottino. Ora stiamo soffrendo di una moltitudine di conformismi la cui rivolta è solo una delle varianti. Vomita sulla società e torna ogni sera a letto: così sono le nuove carriere dei media.

 

Nell’estetica postmoderna della ‘disobbedienza’, l’immagine del ribelle è investita di un grande profitto simbolico. I piccoli paria prosperano, denunciano la terribile schiavitù delle masse e prosperano, insignificanti, in questa scomunica. Qualche anno fa, un vecchio signore disoccupato, Stéphane Hessel, è riuscito a conquistare milioni di lettori comunicando la sua passione per la rivolta astratta: ‘Indignatevi!’. Contro tutto, denaro, mercato, finanza, inquinamento, caldo, freddo, oppressione, nucleare, ecc. Perché il nuovo look ribelle combina radicalità e immaturità. (…)

 

Per conto del pianeta, i bambini viziati della società del benessere avrebbero il diritto di fare qualsiasi cosa: costruire baracche di cianfrusaglie, barricate sulle strade, rifugi tra i rami, privatizzare spazio. Cos’è il fascismo per questi giovani adulti? Tutto ciò che si oppone ai loro desideri, si oppone alle loro inclinazioni. La loro libertà è solo l’altro nome dei loro capricci. L’inazione dello stato dà a tutti il permesso di distruggere in nome delle proprie convinzioni: non abbiamo visto attivisti vegani di recente attaccare macellai e pescivendoli in nome del benessere degli animali? Più morbido è il potere, più è accusato di brutalità. (…)

 

Il maggio del 1968 era delirante, forse, ma felice. I suoi pastiche oggi sono sinistri. La rivolta, ovviamente, non si fermerà mai. Esiste un diritto imprescrittibile alla resistenza per qualsiasi gruppo, categoria o minoranza minacciata. (…)

 

Leader nazionalisti, leader sindacali, leader delle minoranze, tutti mirano a essere riconosciuti, a integrarsi in una legalità che non vogliono distruggere ma estendere. In altre parole, ogni rivolta di successo aspira solo a convertirsi in nuove possibilità, nuovi diritti. Il mondo è solo sfidato ad allargare le fondamenta della comunità umana. E’ una fine meno romantica della rivoluzione permanente, del fuoco purificatore, ma infinitamente più efficace. La rivolta è forse l’inizio dell’umanità, non è la conclusione: questa parentesi del caos deve finire un giorno, sfidare la violenza a stabilire una certa forma di legalità, sotto la pena di guidare una nazione tutta nel caos. ‘Abbiamo fatto il maggio ’68 per non diventare ciò che siamo diventati’, ha detto George Wolinski, morto, lui, come un eroe sotto le pallottole dei terroristi islamici”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi