Bravo Trump sull’Iran, ora continui

Bret Stephens sul New York Times spiega come piegare Teheran nelle sue mire espansionistiche

14 Maggio 2018 alle 10:20

Bravo Trump sull’Iran, ora continui

Foto LaPresse

"Di tutti gli argomenti dell’Amministrazione Trump per onorare l’accordo nucleare con l’Iran, nessuno era più risibile dell’idea che abbiamo dato la nostra parola come paese”, scrive Bret Stephens. “Nostra? L’Amministrazione Obama si rifiutò di sottoporre l’accordo al Congresso come un trattato, sapendo che non avrebbe mai avuto i due terzi del Senato per andare avanti. Solo il 21 per cento degli americani ha approvato l’accordo nel momento in cui è andato in porto, contro il 49 per cento che non lo ha fatto, secondo un sondaggio del Pew. L’accordo ‘passò’ sulla base di un ostruzionismo democratico di 42 voti, contro l’opposizione bipartisan e maggioritaria (…) L’allentamento delle sanzioni ha fornito a Teheran ulteriori mezzi finanziari con cui finanziare le sue depredazioni in Siria e le sue milizie nello Yemen, in Libano e altrove. Qualsiasi tentativo di contrastare l’Iran sul terreno in questi luoghi significherebbe combattere le stesse forze che stiamo effettivamente alimentando. Perché non basta interrompere l’alimentazione? Gli apologeti rispondono che il prezzo è degno di essere pagato perché l’Iran ha sospeso gran parte della sua produzione di combustibile nucleare per i prossimi anni. Gli apologeti sostengono anche che, con la decisione di Trump, Teheran ricomincerà semplicemente le sue attività di arricchimento su scala industriale. Forse lo farà, forzando una crisi che potrebbe finire con strike degli Stati Uniti o degli israeliani sui siti nucleari dell’Iran. Ma ciò che il regime vuole è una rinegoziazione, non una resa dei conti".

 

"L’economia iraniana è appesa a un filo: il Wall Street Journal di domenica riportava di ‘centinaia di recenti scoppi di disordini sindacali in Iran, un’indicazione di approfondimento della discordia sui problemi economici della nazione’. Questa settimana, il rial ha raggiunto un minimo storico di 67.800 dollari; un membro del parlamento iraniano ha stimato 30 miliardi di dollari di deflussi di capitali negli ultimi mesi. Sono soldi veri per un paese il cui prodotto interno lordo corrisponde a quello di Boston. Il regime potrebbe calcolare che una strategia di confronto con l’occidente potrebbe suscitare fervori nazionalisti. Ma dovrebbe procedere con cautela: gli iraniani sono già furiosi perché il loro governo ha sperperato i proventi dell’accordo sul nucleare per sostenere il regime di Assad. Le condizioni che hanno portato al cosiddetto movimento verde del 2009 ci sono ancora una volta. Tutto ciò significa che l’Amministrazione è in una posizione di forza per negoziare un accordo fattibile. L’obiettivo è mettere i governanti iraniani in una scelta fondamentale. Possono scegliere di avere un’economia funzionante, senza sanzioni e aperta agli investimenti, al prezzo di rinunciare, in modo verificabile e irreversibile, a un’opzione nucleare e abbandonare il loro sostegno ai terroristi. Oppure possono perseguire le loro ambizioni nucleari a costo della rovina economica e della possibile guerra. Ma non hanno più diritto al dolcissimo accordo di Barack Obama. La coraggiosa decisione di ritirarsi dall’accordo nucleare chiarirà la posta in gioco per Teheran”.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    14 Maggio 2018 - 17:05

    Il titolo mi stupisce visto che e` sul Foglio. Poi mi fa piacere che venga riportato il fatto che l`accordo non fu rattificato dal Senato come ebbi io a scrivere quanche giorno fa portando l`esempio del trattato di Pace di Versailles firmato dal Presidente Wilson e non rattificato e quindi non valido. Gli Stati Uniti firmarono il trattato di pace valido con gli Imperi Centrali solo dopo che Wilson ando` via dalla Casa Bianca e il trattato fu rattificato dal Senato . Per chi e` contro a prescinde verso gli USA e certe continue affernazioni sul passato da sostenitore ricordano tanto : Excusatio non petita.....

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    • branzanti

      14 Maggio 2018 - 18:06

      Chiedo scusa se rubo spazio ma potrei citarle i miei interventi in consessi pubblici al tempo del bombardamento di Tripoli o della prima guerra del Golfo (i comunisti erano moto arrabbiati), potrei dirle che quando uscii dalla visita ad Auschwitz, con quell'orrore alle spalle e l'orrore comunista davanti, la sola cosa che dissi a mio figlio, allora piccolo, fu "God bless America", potrei dirle che ogni volta che, con la mia famiglia scendevo in un aeroporto Usa tornavo a sentirmi, anche per un breve periodo, parte di un grande progetto e che avevamo pensato di trasferirci. Potrei dire moltissime altre cose che Lei è liberissimo di non credere, ma che chi mi conosce sa quanto rispondano al vero- Quindi contro, un paese che ho sempre sostenuto, a prescindere, mi creda non ha alcuna aderenza alla realtà. Lei rivendica con orgoglio il suo sostegno a Trump, io la mia contrarietà, non dimentichiamo mai (sia Lei che io) che il sale della democrazia è il confronto fra opinioni (molto) diverse.

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      • Carlo A. Rossi

        14 Maggio 2018 - 23:11

        Carissimo Branzanti, non è il confronto fra opinioni diverse, credo, che costituisce il problema. Quello che, personalmente, e credo altri qui, mi urta è il fatto che Lei spesso paragona (e potrei citarLa quasi a memoria) Trump quasi a Hitler. Sicuramente a Gengis Khan. Io posso capire il disaccordo con il suo modus operandi: non ne sono un entusiasta sostenitore neppure io. Ma, al di là del fatto che comunque su molti punti trovo Trump abbia ragione, nella peggiore delle ipotesi, se non avrà agito bene, sarà spedito a casa al massimo fra sei anni. E con tutti i suoi difetti, abbandonerà la carica senza recriminare, come i suoi predecessori. Non ha finora costruito campi di concentramento, gli americani e gli europei sono liberi di criticarlo e lui di tuittare contro i suoi critici. Ma sostenere e.g. l'Iran solo per dispetto a Trump, non denota voglia di confronto, ma un livore personale. Tutto qui. Cordiali saluti.

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  • branzanti

    14 Maggio 2018 - 11:11

    Ok ha fatto bene e quindi tutti d'accordo, salvo i vertici militari e dei servizi israeliani, che hanno definito il ritiro un errore. Non voglio nemmeno parlare della condizione in cui vengono poste le imprese europee, mi limito a rilevare che un'alleanza è qualcosa di diverso dal trovarsi una sorta di ricatto, in cambio del quale avere altre penalizzazioni ( dazi). Comunque per queste posizioni alcuni gentili amici (spero non vi sembri offensivo), che hanno pieno diritto di esecrare le mie idee, mi hanno gentilmente definito rancoroso perdente. Nel ringraziarli per la loro attenzione, vorrei solo dire che l'impressione che hanno di me, non conoscendo mi, è sideralmente lontana dalla realtà. Questi odierni Usa (di cui sono stato un pieno sostenitore per una vita) non mi piacciono. Posso?

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