“Niente è trasmissibile tranne il pensiero”. Vittorio Gregotti spiegato con Le Corbusier

Francesco Venezia

Ricordo d’autore dell’architetto da poco scomparso. L’indizio di una finestra abitata, la scoperta delle Seterie di San Leucio e della Gibellina da reinventare

“Niente è trasmissibile tranne il pensiero”. Così iniziava l’ultima testimonianza di Le Corbusier – era il luglio 1965.

 

Le opere di un architetto si sedimentano nei luoghi, nel corpo vivo dei centri storici, o delle periferie. Lui non ha non ha diritti d’autore

Il maestro svizzero, presago della propria fine (sarebbe morto il successivo 15 agosto, nuotando nelle acque di Cap-Martin) lasciava un testamento spirituale che conteneva una risposta a tanti imitatori, i quali replicavano le sue forme e persino i suoi modi grafici, senza comprenderne le ragioni, il pensiero. Nel ricordare Vittorio Gregotti vorrei che a rimanere fosse il suo pensiero, sempre vivo e sperante tanto nel lavoro professionale quanto nei suoi scritti e nella lunga direzione della rivista Casa Bella. Le opere di un architetto si sedimentano nei luoghi, nel corpo vivo dei centri storici, o delle periferie. In una qualche misura cessano di appartenere al suo autore, oggetto a volte di trasformazioni, a volte di abbandono, talora persino di distrazione. L’architetto, diversamente dagli altri artisti, non ha diritti d’autore da far valere a loro difesa.

 

Nel 1979 salii a Milano per incontrare Lorenzo Berni che allora curava una rubrica di architettura sul settimanale Panorama. Lo studio che Lorenzo Berni condivideva con Alberto Grimaldi e Paolo Farina era al piano terra all’interno di una corte con accesso da via Circo. Di fronte allo studio di Berni, sempre al piano terra, c’era un appartamento occupato da Pierluigi Nicolin, era da poco diventato direttore di Lotus International. Al piano superiore la casa di Vittorio Gregotti. Dietro una finestra mi colpì la presenza di un busto, un calco in gesso poggiato sullo scrittoio. Gregotti, solo intravisto, era al lavoro. Ma quella finestra “abitata” del calco mi rimase impressa. Sono sempre stato sedotto dalla “finestra abitata”. E solo ora mi rendo conto che quando nell’allestimento della mostra “Pompei e l’Europa” nel salone della Meridiana a Napoli feci realizzare un “teatrino” con un calco in gesso dietro una finestra, c’è stato un inconsapevole ricordo della finestra della casa di Vittorio Gregotti, oltre che il deliberato richiamo ad un tema caro a Giorgio de Chirico, un cui quadro, “I Gladiatori”, era lì in mostra. Le idee seguono talvolta misteriosi percorsi.

 

Nell’occasione della visita a Lorenzo Berni non ho mai incontrato Gregotti. Ho frequentato nei primi anni ’80 lo Studio Gregotti Associati perché avevo conosciuto in Sicilia Augusto Cagnardi, socio dello studio. L’ho incontrato qualche anno dopo a Caserta, quando nella Reggia presentò l’iniziativa di una Consultazione internazionale promossa da Fiat e Benetton per il progetto di idee del restauro, il riuso e la sistemazione del complesso monumentale di San Leucio.

 

La Gregotti Associati incaricata di organizzare l’iniziativa, mi incluse nella rosa dei cinque architetti invitati con il compito di presentare, ciascuno, una proposta progettuale. Grande la mia sorpresa, e ancora più grande quella del mondo accademico napoletano, nel quale ero completamente un emarginato. San Leucio godeva a quel tempo di una certa notorietà. Era considerato un esempio singolare di produzione industriale – le celebri Seterie – coniugate con un’idea, per l’epoca rivoluzionaria, di esperimento sociale. Era una sorta di città ideale, purtroppo solo in parte realizzata, voluta dal Re, con gli edifici industriali, una bella chiesa con Belvedere antistante, aperta sulla vista della piazza di Caserta e della Reggia in lontananza, e le raffinate case operaie a schiera al cui interno su un grande telaio, si prolungava il lavoro della tessitura. Re Ferdinando si occupava di fornire alle giovani in età di marito una dote ed altre ambite “attenzioni”. Ancora non molto tempo fa, a San Leucio, si poteva incontrare qualche abitante con i suoi caratteristici` tratti somatici. Interessante esempio di demografia storica.

 

Insieme facemmo il viaggio da Punta Raisi a Gibellina, visitammo il “Museo”si lasciò andare a un apprezzamento entusiasta

Al tempo dei miei sopralluoghi mi aveva colpito la circostanza che gli Archi della Valle, che Vanvitelli aveva concepito, sugli esempi romani, per dare soluzione all’attraversamento della valle di Maddaloni dell’acquedotto Carolino, che avrebbe alimentato la cascata, la Fontana di Diana e Atteone e le vasche del Parco della Reggia, fossero stati realizzati negli stessi anni della riscoperta, a Bacoli, della Piscina Mirabilis, monumentale riserva d’acqua romana, nella quale tante volte ero disceso, quando si offriva in condizione di abbandono, per fortuna priva delle attenzioni della Soprintendenza, affidate, con funzione di “ostiaria”, ad un’anziana contadina del posto che ne possedeva la chiave. Di tutto questo sarò sempre grato a Vittorio Gregotti, che ebbi poi modo di conoscere meglio nel 1985, in Sicilia. Insieme facemmo il viaggio di trasferimento in automobile da Punta Raisi a Gibellina, conversando mentre attraversavamo quello straordinario paesaggio immerso nella luce della Sicilia, paesaggio che Luchino Visconti ci fece conoscere con il film “Il Gattopardo” nelle scene del lungo estenuante trasferimento in carrozza del Principe di Salina e della sua famiglia dalla villa fuori Palermo al Castello di Donnafugata.

 

A Gibellina visitammo insieme il “Museo” che aveva appena terminato Vittorio Gregotti, all’interno del cortile, si lasciò andare ad un apprezzamento entusiasta – e colorito. Nel avrebbe poi scritto su Panorama, nella rubrica di Architettura che a quel tempo curava.

 

Nel delineare questo ricordo di Vittorio Gregotti “al tempo del Coronavirus”, ho dovuto, chiuso in casa, fare ricorso soltanto alla mia memoria.

  

Non posso perciò escludere qualche inesattezza nelle cose ricordate.

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