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Il Foglio AI

Il prezzo dell'aria

Cos’è l’Ets europeo, perché oggi se ne parla tanto e come il mercato della CO₂ è diventato uno dei campi di battaglia più delicati della politica climatica europea

Negli ultimi mesi l’Europa ha ricominciato a discutere con intensità di una sigla che fino a qualche anno fa restava confinata nei documenti tecnici della Commissione: Ets, cioè Emission Trading System. Non è un dettaglio burocratico. È il cuore della politica climatica europea. Ed è anche uno dei motivi per cui imprese, governi e mercati finanziari guardano con sempre maggiore attenzione a Bruxelles.

L’idea alla base dell’Ets è semplice, quasi elegante nella sua logica economica: mettere un prezzo all’inquinamento. Dal 2005 l’Unione europea ha creato un mercato in cui le aziende dei settori più energivori – centrali elettriche, acciaio, cemento, raffinerie, aviazione – devono acquistare permessi per emettere CO₂. Ogni permesso equivale a una tonnellata di anidride carbonica. Se un’azienda emette meno di quanto previsto può vendere i suoi permessi; se emette di più deve comprarli. In teoria, il sistema premia chi inquina meno e spinge tutti a investire in tecnologie più pulite.

 


Testo realizzato con AI


 

Il principio è quello del cap and trade: Bruxelles stabilisce un tetto complessivo alle emissioni (cap), che si riduce progressivamente nel tempo, e lascia poi al mercato il compito di stabilire il prezzo delle emissioni (trade). È un approccio molto europeo: meno regolazione diretta, più incentivi economici.

All’inizio, però, il sistema funzionava male. Nei primi anni i permessi erano distribuiti in abbondanza e il prezzo della CO₂ era quasi simbolico. Per molto tempo il costo di emettere una tonnellata di CO₂ è rimasto tra i 5 e i 10 euro, troppo poco per cambiare davvero i comportamenti industriali.

La svolta è arrivata dopo il 2018, quando l’Unione europea ha deciso di ridurre più rapidamente il numero dei permessi disponibili e ha introdotto meccanismi per assorbire l’eccesso di quote dal mercato. Il risultato è stato spettacolare: il prezzo della CO₂ è salito rapidamente, arrivando oltre i 90 euro a tonnellata nel 2023. Negli ultimi mesi ha oscillato tra 60 e 80 euro, ma resta comunque molto più alto rispetto al passato.

Questo cambiamento ha avuto effetti concreti. In molti paesi europei, soprattutto nel settore elettrico, il carbone è diventato progressivamente meno competitivo rispetto alle fonti rinnovabili o al gas. L’Ets, in altre parole, è stato uno dei principali strumenti con cui l’Europa ha ridotto le emissioni nel settore energetico.

Secondo la Commissione europea, le emissioni dei settori coperti dal sistema sono diminuite di oltre il 40 per cento dal 2005. Non tutto il merito è dell’Ets, naturalmente, ma il sistema ha contribuito a spingere investimenti e innovazione.

Eppure il dibattito oggi si è riacceso perché il meccanismo non è privo di problemi.

Il primo riguarda la volatilità dei prezzi. Il valore delle quote di CO₂ è diventato sempre più sensibile ai movimenti dei mercati finanziari. Fondi di investimento e operatori finanziari partecipano al mercato Ets, e alcuni osservatori sostengono che la speculazione possa amplificare le oscillazioni dei prezzi.

Il secondo riguarda l’impatto sull’industria europea. Molte imprese energivore temono che un prezzo elevato della CO₂ renda la produzione in Europa meno competitiva rispetto a paesi con regole ambientali più deboli. Per questo l’Unione ha introdotto strumenti come il Carbon Border Adjustment Mechanism, cioè il dazio climatico sulle importazioni, pensato per evitare che le aziende europee vengano penalizzate.

C’è poi un terzo elemento: l’estensione del sistema. Con il pacchetto climatico europeo “Fit for 55” l’Ets sarà progressivamente ampliato a nuovi settori, tra cui trasporti e riscaldamento degli edifici. Questo nuovo sistema, chiamato spesso Ets 2, potrebbe avere effetti diretti sui prezzi dei carburanti e dell’energia domestica, ed è uno dei motivi per cui il tema è diventato politicamente sensibile.

Non tutti i paesi europei guardano al sistema allo stesso modo.

Paesi del nord e dell’Europa occidentale, come Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia, tendono a difendere l’Ets e a considerarlo uno strumento centrale della transizione energetica. Vedono nel prezzo della CO₂ un incentivo necessario per accelerare l’innovazione industriale.

Altri paesi, soprattutto nell’Europa centrale e meridionale, sono più cauti. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e in parte anche Italia e Spagna hanno chiesto negli ultimi anni maggiore flessibilità o interventi per limitare l’impatto dei prezzi della CO₂ su famiglie e industrie.

La discussione, insomma, è tutt’altro che chiusa. L’Ets resta uno degli strumenti più ambiziosi mai creati per affrontare il cambiamento climatico attraverso il mercato. Ma proprio perché mette un prezzo all’aria che respiriamo, e perché quel prezzo incide su industria, energia e consumi, è diventato anche uno dei campi di confronto più sensibili tra politica climatica, competitività economica e consenso democratico.

Ed è per questo che oggi, quando in Europa si discute di transizione energetica, prima o poi si finisce sempre a parlare di Ets. Non è solo un mercato della CO₂. È uno dei luoghi in cui si decide quanto costerà – economicamente e politicamente – la lotta al cambiamento climatico.

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