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Il Foglio Ai
Quando dici Cina, dì Jimmy Lai
La condanna a vent’anni di carcere non è una notizia estera: è una parola chiave per smascherare l’anestesia morale dell’Europa quando parla di Cina
La prossima volta che in Italia, in Europa, in un talk show o in un vertice di governo si parlerà di Cina, bisognerebbe fare una cosa semplice, quasi banale, ma politicamente decisiva: dire una parola. Lai. Dirla ad alta voce, senza abbassare il tono, senza metterla tra parentesi, senza archiviarla come una fastidiosa postilla da attivisti.
Testo realizzato con AI
Jimmy Lai è stato condannato a vent’anni di carcere a Hong Kong per “sovversione” e “collusione con forze straniere”. Vent’anni. Per avere fondato un giornale, per avere scritto, per avere chiesto sanzioni, per avere creduto che la promessa di Hong Kong – libertà, pluralismo, autonomia – non fosse uno scherzo della storia. La sua condanna è il punto finale di una storia che dura da anni, ma è anche l’inizio di un problema che riguarda tutti. Perché Lai non è solo un dissidente. E’ un editore. E’ un imprenditore. E’ un cittadino che ha preso sul serio la parola “libertà”. Il suo giornale, Apple Daily, è stato chiuso. I suoi collaboratori incarcerati. Il suo processo è diventato un modello. Un avvertimento. Un precedente. Ed è proprio questo il punto: non stiamo parlando di un’eccezione cinese, ma di una regola che si consolida. Ogni volta che l’Europa discute di rapporti economici con la Cina, di investimenti, di dazi, di catene del valore, di “autonomia strategica”, dovrebbe aggiungere una frase obbligatoria: Jimmy Lai è in carcere. Ogni volta che un leader europeo invoca il pragmatismo, dovrebbe spiegare perché quel pragmatismo passa sopra vent’anni di galera inflitti a un settantottenne per reati di opinione. Ogni volta che si dice che “non bisogna provocare Pechino”, bisognerebbe chiarire chi sta provocando chi.
Hong Kong non è lontana. E’ stata una cartina di tornasole. Quello che oggi accade lì domani diventa dottrina altrove. La legge sulla sicurezza nazionale non è solo una norma locale: è un’idea di potere che considera la libertà un rischio sistemico. Ed è questo che l’Europa fatica a dire, preferendo rifugiarsi in un linguaggio neutro, commerciale, anestetizzato. Dire “Lai” significa rompere questa anestesia. Significa ricordare che la Cina non è solo un partner economico, ma anche un sistema politico che punisce il dissenso come tradimento. Significa accettare che la politica estera non è un esercizio contabile, ma una scelta morale, anche quando costa. Non si tratta di fare crociate. Si tratta di non mentire a sé stessi. Se non siamo capaci nemmeno di pronunciare il nome di Jimmy Lai quando parliamo di Cina, allora il problema non è Pechino. Siamo noi.