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Le polemiche sul decreto sicurezza sono un'esagerazione. Le libertà costituzionali restano
Il governo non sospende lo stato di diritto né introduce poteri arbitrari, ma spinge al limite strumenti già esistenti. Il problema non è l’illiberalismo, bensì il vizio politico di legiferare sull’onda dell’emotività, senza un confronto razionale su proporzionalità e garanzie
C’è una tentazione ricorrente nel dibattito pubblico italiano: trasformare ogni stretta in materia di ordine pubblico in una deriva autoritaria. E’ successo anche questa volta. Il decreto sicurezza approvato dal governo, soprattutto nelle parti su manifestazioni, fermo preventivo e divieti di accesso alle aree urbane, è stato immediatamente bollato dall’opposizione come “illiberale”. Ma se si prova a leggere il testo senza la lente dell’indignazione, il quadro è più complesso e, soprattutto, meno apocalittico. Partiamo dal punto più sensibile: il cosiddetto fermo preventivo durante le manifestazioni. E’ vero, l’idea di privare una persona della libertà personale prima che abbia commesso un reato suscita un riflesso di allarme liberale. Ma il decreto non introduce un potere arbitrario e sganciato dai controlli. Il fermo è temporalmente limitato (fino a dodici ore), deve essere immediatamente comunicato al pubblico ministero e resta sottoposto alla verifica dell’autorità giudiziaria, che può disporre il rilascio se mancano i presupposti . Non siamo davanti a una sospensione dello stato di diritto, ma a un’estensione di strumenti già presenti nell’ordinamento per la prevenzione di pericoli concreti e attuali. Lo stesso vale per il divieto di partecipazione alle manifestazioni imposto a soggetti già condannati per specifici reati di violenza di piazza. Anche qui, la misura non è generale né discrezionale: scatta a valle di una condanna e riguarda fattispecie tipizzate. E’ una scelta di politica criminale che può essere criticata sul piano dell’opportunità, ma che difficilmente può essere definita illiberale in senso proprio, se per illiberalismo intendiamo la compressione indiscriminata delle libertà fondamentali o l’eliminazione delle garanzie giurisdizionali.
Testo realizzato con AI
Sul fronte delle armi bianche e dei coltelli, poi, l’accusa di autoritarismo appare ancora più debole. L’inasprimento delle pene e il divieto di vendita ai minori rispondono a un problema reale – la diffusione di violenza giovanile e di armi improprie – e ricalcano modelli già adottati in altri ordinamenti europei. Anche la responsabilizzazione dei genitori, per quanto simbolicamente forte, resta confinata a sanzioni amministrative e non scardina alcun principio liberale di base.
Dove, allora, sta il vero punto critico del decreto? Non tanto nel contenuto, quanto nel contesto. Legiferare “a caldo”, subito dopo scontri di piazza e tensioni politiche, è sempre una cattiva idea. La giurisprudenza e la legislazione non dovrebbero nascere dalle emozioni, dalla paura o dall’urgenza di mandare un messaggio politico. Il rischio non è l’illiberalismo immediato, ma la sedimentazione di norme emergenziali che, sommate nel tempo, finiscono per spostare l’equilibrio tra libertà e sicurezza senza un vero dibattito razionale. Il paradosso è che gridare al fascismo ogni volta che si tocca il tema dell’ordine pubblico finisce per indebolire le critiche serie. Un liberale dovrebbe preoccuparsi meno degli slogan e di più dei dettagli: dei controlli giurisdizionali, della proporzionalità delle misure, della loro applicazione concreta. Ed è su questi terreni che il decreto potrà – e dovrà – essere messo alla prova. Alla fine, il risultato è questo: un provvedimento che non abbatte le libertà, ma le stressa; che non sospende le garanzie, ma le usa al limite; che non è illiberale in senso tecnico, ma nasce da una cattiva abitudine politica, quella di fare leggi sull’onda dell’emotività. Ed è forse questa la critica più severa che gli si possa rivolgere, senza cedere alla tentazione dell’allarme permanente.