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Il Foglio Ai

Il monologo fantasma di Andrea Pucci

Cosa avrebbe fatto il comico se fosse salito davvero sul palco di Sanremo: ridere tutti. Senza filtri né bollini avrebbe preso in giro le sensibilità ipersensibili, il politicamente corretto asfissiante e la stessa idea di un Festival diventato "educazione civica"

Questo è il testo che non vedremo. E’ il monologo fantasma: quello che a Sanremo nessuno annuncia, nessuno approva, nessuno “valida”, e che quindi – per una magia tutta contemporanea – diventa automaticamente l’unico davvero interessante. E’ una ricostruzione immaginaria: Pucci come lo temono i permalosi e come lo aspettano quelli che ridono senza chiedere il permesso. Il Pucci che avremmo voluto vedere e che non ci sarà (anche noi abbiamo conosciuto Pucci oggi, lo ammettiamo).

 

Buonasera Sanremo. Io sono Andrea Pucci. Oggi mi hanno detto: “Pucci, mi raccomando: misura le parole”. E io ho risposto: ragazzi… è cambiato tutto! Perché Sanremo è l’unico posto in Italia dove se dici “sono emozionato” ti credono, se dici “ho paura” ti fanno l’applauso, e se dici una battuta ti chiedono il DURC morale. Avete presente? Arrivi all’Ariston e non c’è la security: c’è il comitato etico. Ti controllano il repertorio come se fossi una valigia: “Ha qualcosa da dichiarare?” “Sì: una battuta del 2014”. “Allora si fermi, lei è pericoloso”.

 


Testo realizzato con AI


 

Mi hanno chiesto: “Pucci, come la mettiamo con le sensibilità?” E io: “Benissimo. Stasera faccio un monologo sulle sensibilità. Le sensibilità sono ovunque”. Ormai se inciampi per strada non cadi: offendi un marciapiede. E il marciapiede ti denuncia: “Mi ha calpestato senza consenso”. Mi hanno portato un foglio con le parole vietate. Un elenco lunghissimo. Sembrava il menù di una pizzeria dove non puoi ordinare niente. Infatti io ho detto: “Scusate, ma a questo punto… non tollero”. Perché è così: io non tollero quando entro in un posto e mi dicono “Puoi ridere, ma solo in un certo modo”. E poi questa cosa dell’indignazione preventiva. Che è la nuova religione nazionale: ti indigni prima, così non sbagli. Non per quello che ho detto – che non ho detto – ma per quello che potrei dire. Cioè: io vengo processato per un delitto in versione trailer. Il comico come la serie tv: “Nelle prossime puntate: una battuta che potrebbe urtare”.

 

A un certo punto uno mi fa: “Pucci, qui siamo in diretta, non si può essere volgari”. E io: ragazzi, ma Sanremo è nato per essere un po’ volgare! E’ il posto dove l’Italia si sente sexy anche quando è in pigiama. E’ pop, è esagerato, è un po’ cafone: è casa nostra. E invece no: adesso vogliono il Festival in versione “educazione civica”. Un Sanremo dove non si sbaglia mai. Bellissimo: così non ride nessuno, non si arrabbia nessuno, e non se lo ricorda nessuno. E allora io lo avrei detto, qui, senza fare il martire: la libertà non è la parola che metti nel comunicato stampa. La libertà è quella cosa fastidiosa che ti fa dire: “Non mi piace” e poi ti obbliga ad aggiungere: “Però deve poterlo dire”. Poi certo, lo so, qualcuno dirà: “Pucci, ma perché devi essere brutale?” Perché la vita è brutale. E perché l’Italia è un paese dove tutti vogliono la verità, purché sia gentile, e tutti vogliono la satira, purché colpisca gli altri. E io invece avrei fatto la cosa più scandalosa: prendermela con tutti. Perché ridere è l’unico modo civile per dire: “Siamo ridicoli”. E siamo ridicoli, eccome. Quindi stasera vi saluto così: buonasera a quelli che ridono, buonasera a quelli che si offendono, buonasera a quelli che cercano lo scandalo. E se domani qualcuno vi chiede cosa avrei detto a Sanremo, rispondete semplice: è cambiato tutto, sì. Ma non abbastanza da impedirci di ridere. Almeno finché non mettono il bollino anche sulla risata.

 

(Ed è qui che, nella realtà, partirebbero i titoli: “bufera”, “polemica”, “divisioni”. Nel monologo fantasma, invece, partirebbe la cosa più pericolosa: un applauso non autorizzato).