Ansa
IL FOGLIO AI
Epstein, alibi perfetto
E’ diventato il contenitore di un rancore sociale che cerca punizioni e colpevoli più che giustizia e verità
Il caso Epstein continua a riemergere ciclicamente dal sottosuolo dell’attualità come una creatura mitologica. Ogni nuova pubblicazione di documenti, ogni lista, ogni nome evocato – spesso senza accuse formali, talvolta senza fatti nuovi – produce la stessa reazione: un misto di indignazione, eccitazione, soddisfazione. Jeffrey Epstein è stato un criminale. Su questo non c’è discussione. Ma il modo in cui il suo nome continua a essere usato racconta meno della ricerca della verità giudiziaria e molto di più del nostro rapporto con il potere, la ricchezza e la disuguaglianza. Epstein è diventato l’alibi perfetto per una pulsione antielitaria che non distingue più tra responsabilità, colpa, prossimità, conoscenza, frequentazione. Tutto diventa indizio, tutto diventa sospetto, tutto diventa prova morale.
Testo realizzato con AI
L’ossessione collettiva per Epstein non nasce dal desiderio di giustizia, ma dal piacere di vedere i potenti trascinati nel fango. E’ un voyeurismo morale che prospera in tempi di forte disuguaglianza economica, quando una parte della società percepisce – spesso a ragione – di essere rimasta indietro mentre un’altra ha beneficiato di boom finanziari, rendite, asset gonfiati, mercati eccessivamente generosi. In questo contesto, il caso Epstein diventa una valvola di sfogo emotiva: se non posso migliorare la mia condizione, almeno posso assistere alla caduta simbolica di chi sta in alto. Il problema è che questa dinamica non produce né verità né giustizia. Produce una folla. Una folla che chiede liste, nomi, punizioni preventive. Una folla che trasforma documenti giudiziari in spettacolo e indagini in tribunali morali permanenti. La colpa non è più qualcosa da dimostrare, ma qualcosa da suggerire. L’innocenza non è più presunta, ma sospetta.
In questo schema, Epstein funziona come una scorciatoia narrativa: se frequentavi Epstein, sei colpevole; se lo conoscevi, sei complice; se sei ricco e potente, sei sospetto. E’ una logica che non rafforza lo stato di diritto, ma lo indebolisce. Perché sostituisce il processo con il linciaggio reputazionale, la prova con l’insinuazione, il giudice con la timeline. C’è un paradosso profondo in tutto questo. Nel nome della lotta contro l’ingiustizia, si legittima un’idea di giustizia sommaria. Nel nome della difesa delle vittime, si costruisce un sistema che non distingue più tra fatti e suggestioni. Nel nome dell’uguaglianza, si alimenta una guerra di classe simbolica che finisce per colpire proprio le regole che dovrebbero proteggere tutti. Il caso Epstein, così come viene continuamente rilanciato, dice meno su Epstein e molto di più su di noi. Sulla tentazione, antica e sempre ricorrente, di sostituire la politica con la punizione, la giustizia con l’esempio, il diritto con la folla. Il rischio non è difendere i potenti. Il rischio è consegnare alla rabbia un potere che, una volta sdoganato, non si ferma mai dove pensavamo dovesse fermarsi.