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IL FOGLIO AI
L'eccezione che divora la regola
I fatti di sabato a Torino non sono una parentesi violenta, ma il risultato di una lunga rimozione collettiva. Condannare la violenza senza attenuanti, ma soprattutto smettere di chiudere gli occhi sulle occupazioni abusive: la legalità non è negoziabile, è il fondamento stesso della convivenza civile
I fatti di sabato scorso a Torino non sono caduti dal cielo. Le immagini di scontri, incendi, attacchi alle forze dell’ordine e devastazioni urbane non raccontano un’improvvisa perdita di controllo, ma l’esito coerente di una scelta che l’Italia pratica da anni: convivere con l’illegalità quando è politicamente scomoda da affrontare. E stupirsi, ogni volta, quando quell’illegalità smette di restare sotto traccia. La condanna per quanto accaduto sabato deve essere netta, senza attenuanti lessicali o morali. Non perché lo imponga un riflesso securitario, ma perché i fatti parlano da soli. Non c’è nulla di “degenerato” in una protesta che nasce già con l’obiettivo dello scontro. Non c’è nulla di accidentale in una violenza che usa la città come scenografia e le divise come bersaglio simbolico. C’è un metodo, e c’è una responsabilità. Ma fermarsi alla cronaca sarebbe comodo. Il punto vero è capire perché scene come quelle di sabato trovino un terreno così fertile. La risposta è scomoda: perché per anni abbiamo accettato l’idea che esistano illegalità di serie A e di serie B. Occupazioni abusive considerate “storiche”, spazi sottratti allo stato in nome di una funzione sociale autoproclamata, zone franche difese con l’argomento che intervenire sarebbe peggio che lasciare stare. E’ qui che nasce l’equivoco che poi esplode.
Testo realizzato con AI
I centri sociali illegali non sono tutti uguali, ma condividono una caratteristica che la politica ha smesso di interrogare: vivono di un’eccezione permanente. Non riconoscono l’autorità dello stato, ma ne pretendono la tolleranza. Contestano le regole, ma usano l’inerzia istituzionale come protezione. Finché questa ambiguità regge, tutto sembra sotto controllo. Quando l’ambiguità si incrina, emerge ciò che era già presente: l’idea che la forza sia una risposta legittima alle decisioni pubbliche. Per questo è fuorviante sostenere che la violenza di sabato sia “responsabilità di chi sgombera”. E’ un rovesciamento logico che finisce per colpevolizzare l’applicazione della legge e assolvere chi la viola. Come se il problema fosse l’atto dello stato e non la reazione violenta a quell’atto. E’ una tesi che non regge ai fatti e che, soprattutto, normalizza l’idea che l’illegalità abbia sempre una giustificazione pronta.
Chiudere gli occhi sulle occupazioni illegali non è neutralità, è una scelta politica. Significa accettare che esistano luoghi in cui la legalità vale meno, perché intervenire costerebbe consenso, polemiche, titoli scomodi. Ma ogni eccezione tollerata erode la regola. Ogni rinvio rafforza chi vive di conflitto permanente. Ogni silenzio costruisce l’alibi per lo scontro successivo. La fermezza che serve oggi non è fatta di slogan, ma di chiarezza. Condannare senza esitazioni i fatti di sabato significa riconoscere che non siamo davanti a un incidente, ma a un sintomo. E che il sintomo rimanda a una malattia più profonda: la difficoltà dello stato di affermare sé stesso senza sentirsi in colpa. La legalità non è un’opinione negoziabile, né un equilibrio da mantenere con l’illegalità organizzata. E’ il presupposto che consente il dissenso, la protesta, la libertà. Quando la si sospende per convenienza, non si compra pace sociale: si accumula tensione. E prima o poi quella tensione si manifesta, come sabato, nel modo più brutale. Se davvero vogliamo evitare che scene simili si ripetano, dobbiamo smettere di raccontarci che il problema sia l’intervento dello stato. Il problema è l’assenza di una linea chiara prima. E la convinzione, troppo diffusa, che chiudere gli occhi sia una forma di saggezza. Non lo è. E’ solo un modo per rimandare lo scontro, rendendolo ogni volta più violento.