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Cacciari ha ragione, CasaPound no
La democrazia non deve temere il confronto. Non significa sospendere il giudizio
La posizione di Massimo Cacciari sul caso dell’invito (negato) a CasaPound alla Camera dei deputati è stata letta da molti come una forma di indulgenza. E’ un errore. Cacciari non difende CasaPound, non ne attenua la gravità politica e culturale, non ne legittima il retroterra ideologico. Fa qualcosa di diverso – e più serio: ricorda che il modo migliore per indebolire un’ideologia estremista è costringerla a misurarsi pubblicamente con le regole, con le domande, con le contraddizioni che non riesce a reggere. E’ un principio antico del pensiero liberale: la libertà di parola non serve a proteggere chi è già forte, ma a mettere alla prova chi si affida solo alla forza del rumore. E il dibattito, se condotto con rigore, diventa il contrario della complicità: è lo spazio in cui il pregiudizio mostra la propria fragilità logica e morale.
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CasaPound non è “una voce come le altre”. E’ un gruppo che gioca deliberatamente con simbologie, linguaggi e ambiguità che appartengono alla tradizione neofascista. Non è vittima di censura, ma artefice di una strategia politica fondata sulla provocazione e sul vittimismo. Proprio per questo, tenerla fuori dal Parlamento non la ridimensiona: la rafforza nel ruolo che preferisce, quello dell’esclusa perseguitata da un sistema che avrebbe paura delle sue idee.
Il punto, però, è che il Parlamento non è un premio né un palcoscenico: è un luogo di verifica. Far entrare CasaPound non significherebbe “sdoganarla”, ma esporla. Esporla alla forza della legge costituzionale, alla memoria storica, alla critica puntuale. Esporla al fatto che, una volta tolta la retorica muscolare, resta poco: slogan fragili, nostalgie tossiche, soluzioni semplicistiche a problemi complessi. E’ lì che certe idee si sgonfiano.
Nel botta e risposta televisivo con Lilli Gruber, lo scandalo sembrava essere l’atto stesso del confronto. Ma una democrazia adulta non ha bisogno di proteggersi dal dissenso estremo con il silenzio. Ha bisogno di mostrarne l’inconsistenza. L’alternativa è una politica che rinuncia alla propria forza argomentativa e delega tutto al tabù. Cacciari ha ragione proprio perché è severo: non con la democrazia, ma con l’idea che basti rimuovere un problema per risolverlo. Difendere la democrazia non significa chiudere le porte, ma tenerle aperte abbastanza da far entrare anche ciò che la sfida – per poterlo confutare alla luce del diritto e della ragione. Solo così la libertà resta una pratica, non un feticcio. CasaPound non va normalizzata. Va smontata. E il luogo più efficace per farlo resta, paradossalmente, quello che meno le si addice: il Parlamento.