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Va bene l'amore per Trump. Ma se difendi il protezionismo dimentichi cosa vuol dire essere leghista

Lettera a Salvini. Il presidente americano è affascinante, ma i suoi dazi sono una tassa sul nord che la Lega ha sempre difeso. Non è questa la tua storia

Caro Matteo Salvini, ti scrivo questa lettera con il tono che si usa quando c’è di mezzo un affetto vero, non un post polemico. Ti scrivo come si scrive a qualcuno che si conosce da tempo e che, proprio per questo, non si può fingere di non riconoscere quando prende una strada che non è la sua. Mettiamola subito in chiaro: di Trump ci si può anche innamorare. Succede. E’ rumoroso, spavaldo, anti politicamente corretto, sembra sempre dire quello che altri pensano ma non osano dire. Non ti si può chiedere di capire fino in fondo cosa voglia dire essere trumpiani: è un’esperienza americana, figlia di una storia, di un mercato interno gigantesco, di una potenza che può permettersi di chiudere porte perché vive di casa propria. Ma una cosa sì, Matteo, te la si può chiedere senza essere ingiusti: capire cosa voglia dire essere leghisti. Perché qui sta il corto circuito. Difendere Trump mentre rilancia il protezionismo, mentre usa i dazi come clava politica, mentre tratta il commercio come una guerra e non come uno scambio, significa fare l’opposto di ciò che la Lega è stata per decenni. La Lega nasce per difendere chi produce, chi esporta, chi compete. Nasce nel Nord che vive di mercati aperti, di filiere lunghe, di clienti stranieri. Non nasce nel Nord che alza muri sperando che il mondo resti fuori.

 


Testo realizzato con AI


 

I dazi, Matteo, non sono un’idea astratta. Non sono una parola da talk show. Sono una tassa secca sulle imprese che esportano. Sono un costo aggiuntivo per chi vende macchinari, vino, moda, componentistica. Sono un freno per quel Nord produttivo che la Lega ha sempre detto di voler rappresentare. Difenderli, o anche solo minimizzarli, significa voltare le spalle a quel mondo lì. Qui non è una questione ideologica, ma identitaria. La Lega non è mai stata il partito dell’isolamento, ma quello della convenienza. Non ha mai difeso il mercato chiuso, ma quello che funziona. Non ha mai confuso l’orgoglio con la chiusura. E soprattutto non ha mai avuto bisogno di importare modelli americani per sapere chi fosse. C’è poi un dettaglio, forse il più romantico di tutti: quando la Lega era Lega, non aveva idoli lontani. Aveva un territorio, un interesse concreto, una grammatica propria. Parlava di capannoni, non di geopolitica. Di fatture, non di slogan. Oggi invece sembra talvolta innamorata di una postura che non le appartiene fino in fondo.

 

Caro Matteo, questa non è una lettera di rottura. E’ una lettera di richiamo affettuoso. Si può anche apprezzare Trump per alcune battaglie culturali, ma non si possono dimenticare i conti. E i conti, questa volta, non tornano. L’amore politico, come quello vero, funziona solo se non tradisce la propria natura. E la natura leghista, permettimi, non è protezionista, non è isolazionista, non è americana. E’ produttiva, concreta, territoriale. E su questo, Matteo, davvero: ti si può chiedere di ricordarlo.