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Perché il divorzio tra Europa e America va spiegato, non negato

Trump non ha rotto il patto transatlantico: ha solo smascherato che non era più un patto d’amore, ma solo di convenienza. E l’Europa non si è preparata al dopo. Il dato politico e strategico

Il punto da cui partire è semplice e insieme faticoso da accettare: il rapporto tra Europa e Stati Uniti non è in crisi perché qualcuno ha sbagliato tono, linguaggio o leadership, ma perché è finita una fase storica. L’alleanza transatlantica resta in piedi, ma il matrimonio politico, emotivo e simbolico che l’ha sorretta per decenni si è logorato. E questo non è un giudizio morale, è una constatazione strutturale. Per molto tempo l’occidente si è raccontato come una comunità naturale, fondata su valori condivisi che rendevano automatico l’allineamento politico e strategico. In quella narrazione, l’America era il garante, l’Europa il beneficiario riconoscente, e le divergenze venivano assorbite dentro un orizzonte affettivo che attenuava i conflitti. Quel mondo non esiste più. Non perché gli Stati Uniti siano improvvisamente diventati ostili o predatori, ma perché hanno smesso di considerare naturale e indiscutibile il ruolo di protettori permanenti di un continente ricco, demograficamente maturo e politicamente spesso indeciso.

 


Testo realizzato con AI


 

L’errore che si fa in Italia è leggere questo cambiamento come una rottura improvvisa, attribuendolo a una singola figura o a una singola stagione politica. In realtà, la trasformazione era già iscritta nella struttura del rapporto. La dipendenza europea dalla sicurezza americana ha prodotto nel tempo arroganza da una parte e irresponsabilità dall’altra. L’America ha dato per scontato il diritto di decidere, l’Europa ha dato per scontato il diritto di essere difesa. Quando l’equilibrio globale cambia, questo schema non regge più. Essere alleati senza essere amici significa accettare che l’alleanza non vive di affetto, ma di interessi convergenti, e che questi interessi non coincidono sempre. Significa riconoscere che il conflitto non è una patologia dell’alleanza, ma una sua componente fisiologica. Significa soprattutto smettere di usare il linguaggio sentimentale come sostituto del pensiero strategico. L’Europa continua a essere una potenza economica enorme, ma resta fragile sul piano militare e strategico. Ha delegato per troppo tempo la propria sicurezza, confondendo la stabilità con l’inerzia. Quando gli Stati Uniti iniziano a spostare l’attenzione verso altre priorità globali, questa fragilità emerge con brutalità. Il problema non è che l’America non sia più un’amica affidabile. Il problema è che l’Europa non si è attrezzata per essere un’alleata autonoma. In Italia questa consapevolezza viene spesso respinta perché rompe due riflessi opposti e ugualmente comodi: l’antiamericanismo automatico, che trasforma ogni tensione in una prova di cinismo imperiale, e l’atlantismo fideistico, che scambia la lealtà per obbedienza e la dipendenza per virtù. Entrambi evitano la stessa cosa: la responsabilità.

 

Il cosiddetto divorzio non è la fine dell’occidente, ma la fine di un’illusione infantile sull’occidente. E’ il passaggio da una relazione basata sull’abitudine a una relazione fondata sulla chiarezza. Gli interessi comuni restano enormi, ma non sono più garantiti dalla retorica. Vanno negoziati, difesi, talvolta anche messi in discussione. Accettare il divorzio non significa indebolire il legame transatlantico. Significa renderlo finalmente credibile.