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Le aziende tech ucraine che hanno reso possibile la resistenza

Non solo armi occidentali. L’altra linea del fronte nelle startup, industrie dei droni e della cybersecurity

Quando si parla della resistenza ucraina, l’attenzione si concentra quasi sempre sui sistemi d’arma forniti dall’occidente, sui missili Patriot o sui carri Leopard. Ma una parte decisiva della guerra si è combattuta – e si combatte – lontano dalle trincee, nei laboratori, negli uffici di ingegneri informatici, nei centri di ricerca improvvisati sotto i bombardamenti. L’Ucraina, prima del 2022, era già uno dei poli tecnologici più dinamici dell’Europa orientale. La guerra ha trasformato quell’ecosistema in un’infrastruttura di sopravvivenza nazionale.

  


Testo realizzato con AI


   

Una delle colonne portanti di questo sistema è Ukroboronprom, il grande conglomerato statale della difesa. Negli ultimi quattro anni non si è limitato alla produzione tradizionale, ma ha accelerato una trasformazione radicale: digitalizzazione dei processi, sviluppo rapido di droni navali e terrestri, integrazione tra software e hardware sul campo. I droni marittimi che hanno colpito la flotta russa nel Mar Nero sono il risultato di questa evoluzione: sistemi relativamente economici, prodotti in tempi rapidissimi, adattati in base ai feedback diretti dei militari.

 

Accanto al settore statale, è emersa una galassia di aziende private ad altissimo contenuto tecnologico. Ajax Systems, già leader globale nei sistemi di sicurezza domestica prima della guerra, ha riconvertito parte della propria ricerca allo sviluppo di sensori, sistemi di allerta e tecnologie di protezione per infrastrutture critiche. La sua esperienza nella sensoristica intelligente è stata adattata a contesti militari e di difesa civile, diventando un asset fondamentale per la resilienza urbana.

 

Nel campo dei droni aerei, Aerorozvidka rappresenta uno dei casi più emblematici. Nata come unità di volontari tecnologici, ha sviluppato soluzioni di ricognizione e attacco basate su droni commerciali modificati, software open source e intelligenza artificiale applicata all’analisi delle immagini. Il suo modello – rapido, decentralizzato, adattivo – ha cambiato il modo di combattere, dimostrando che l’innovazione può compensare l’inferiorità numerica e industriale. Questa capacità di improvvisare sistemi efficaci in condizioni estreme ha un’origine precisa: la collaborazione inedita tra università, makers, comunità open source e apparati militari. Le facoltà di ingegneria di Kyiv, Dnipro e Kharkiv sono diventate centri di sperimentazione continua, dove studenti e docenti lavorano insieme ai soldati per migliorare sensori, ottiche, reti di comunicazione sul campo. L’accademia, per la prima volta, si è fatta officina.

Un altro elemento chiave è la cultura hacker, già radicata in Ucraina prima della guerra. La logica del “fare con ciò che c’è” – tipica delle scene tecnologiche indipendenti – è stata tradotta in tattiche militari: droni civili convertiti, stampanti 3D trasformate in fabbriche di componenti, reti mesh costruite per connettere unità isolate. Questa intelligenza diffusa è diventata un moltiplicatore di resilienza.

A livello simbolico, la guerra ha creato un nuovo tipo di ingegnere: il “combat coder”, una figura ibrida capace di scrivere codice e muoversi in trincea. Non è un’immagine retorica: molti programmatori hanno lasciato l’ufficio per andare al fronte con laptop, batterie e antenne. E’ la fusione più radicale tra mente e macchina che l’Europa contemporanea abbia conosciuto.

In questo senso, la guerra in Ucraina non è solo un laboratorio tecnologico, ma una mutazione culturale. Dimostra che la sovranità del XXI secolo non dipende solo dai confini o dall’artiglieria, ma dalla capacità di un paese di mobilitare la propria intelligenza collettiva. Il software è diventato infrastruttura patriottica, il codice una forma di difesa civile.

 

Un ruolo cruciale è stato svolto anche dal settore IT puro. EPAM Systems, colosso globale dello sviluppo software con forti radici ucraine, ha contribuito alla continuità digitale dello stato: migrazione rapida dei dati governativi, protezione delle infrastrutture cloud, supporto a sistemi critici in condizioni di guerra. Non meno importante è stato il lavoro di SoftServe, che ha messo competenze avanzate di cybersecurity e data engineering al servizio della resilienza nazionale.

 

Sul fronte della guerra informatica, l’Ucraina ha dimostrato una capacità di resistenza e adattamento superiore alle aspettative. Aziende come Hacken e vari team legati all’ecosistema di Kyiv e Leopoli hanno collaborato con le istituzioni per difendere reti, comunicazioni e servizi essenziali da attacchi continui. La cybersecurity è diventata una forma di difesa territoriale invisibile ma decisiva.

 

Un capitolo a parte merita Clearview AI, che pur non essendo ucraina ha lavorato a stretto contatto con le autorità di Kyiv, fornendo tecnologie di riconoscimento facciale usate per identificare caduti, infiltrati e criminali di guerra. Il dato interessante non è solo tecnologico, ma culturale: l’Ucraina ha mostrato una capacità rara di integrare rapidamente tecnologie avanzate in un contesto legale e operativo di emergenza.

 

Infine, va citato il ruolo strategico del progetto statale Diia, sviluppato con il contributo di numerose aziende tecnologiche locali. Diia ha garantito continuità amministrativa, servizi digitali, documenti, pagamenti e comunicazioni anche sotto bombardamento. E’ stata una prova concreta di come uno stato digitale sia, in tempo di guerra, uno stato più difficile da spezzare.

 

La lezione che emerge da questi quattro anni è chiara: la resistenza ucraina non è solo militare, ma tecnologica, industriale, organizzativa. L’Ucraina non ha semplicemente “usato” la tecnologia occidentale; ha costruito una propria capacità di innovazione in tempo reale, trasformando startup, software house e ingegneri in una linea del fronte decisiva. E’ questa infrastruttura invisibile – fatta di codice, sensori, dati e adattamento continuo – che spiega perché, contro ogni previsione iniziale, l’Ucraina abbia resistito. E continui a farlo.