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Il Foglio Ai
Il picco di Davos e l'Apocalisse AI
Il tic di quest’anno è stato “intelligenza artificiale”. Ma sbaglia chi la archivia: l’AI non sparirà con l’hype. Resterà il lavoro sporco: integrarla, misurarla, decidere chi la controlla. E lì non ci saranno più telecamere
Ogni Davos ha il suo tic, e ogni tic il suo epitaffio anticipato. Lo spunto di Davide Serra è fulminante nella sua semplicità empirica: quando la Promenade si veste tutta con la stessa parola d’ordine, quando le vetrine concettuali dei panel parlano una lingua sola – metaverso, cripto, oggi intelligenza artificiale – allora spesso siamo già arrivati al picco di mercato. E’ la sociologia dell’investimento che diventa carnevale. E il carnevale, si sa, precede la quaresima.
Testo realizzato con AI
Il punto, però, è capire di cosa stiamo parlando quando diciamo “picco”. Se Davos segnala la saturazione di una narrativa finanziaria, nulla di nuovo sotto il sole: l’euforia coordinata è quasi sempre un cattivo consigliere per i prezzi. Ma scambiare questo segnale per una condanna tecnologica è una scorciatoia intellettuale. Il consenso di Davos può sbagliare i tempi, non necessariamente la direzione. L’AI non è il metaverso, e non è la cripto. Non perché sia immune da bolle – lo sarà eccome, con valutazioni che corrono più dei ricavi – ma perché non vive solo di promessa. Vive già di applicazioni banali e decisive: riduzione dei costi, aumento della produttività, automazione delle decisioni ripetitive, riscrittura dei processi. E’ noiosa, e proprio per questo pericolosamente reale. Il metaverso chiedeva un mondo nuovo, la cripto chiedeva fiducia; l’AI chiede solo dati, elettricità e organizzazioni disposte a cambiare. E allora il paradosso è questo: Davos ha probabilmente ragione finanziariamente a breve termine e torto industrialmente nel medio-lungo. Sì, l’uniforme AI indossata dall’80 per cento dei badge segnala un rischio di eccesso, di hype, di consenso pigro. Ma il riflesso opposto – aspettare il crollo per archiviare la tecnologia – è altrettanto pigro.
Il Davos consensus verrà smentito, come spesso accade. Non perché l’intelligenza artificiale sparirà, ma perché sopravvivrà alla sua stessa caricatura. Dopo il picco, resterà il lavoro sporco: integrare, misurare, scegliere. E lì Davos non fa tendenza, fa silenzio. Perché il potere non nasce mai nei panel, ma nei retrobottega dove si decide chi paga le bollette elettriche dei data center, chi controlla gli algoritmi e chi li addestra. Davos fotografa la superficie lucidata delle idee, ma l’AI vive nei sotterranei delle aziende, nei reparti HR che tagliano, nei governi che regolano in ritardo. E’ lì che si giocherà la partita vera: non sulla quantità di entusiasmo, ma sulla capacità di tradurlo in efficienza senza distruzione. Il dopo-Davos sarà meno glamour, più tecnico, più conflittuale. Quando le telecamere se ne vanno, resta la domanda che nessun badge vuole stampare: chi controllerà chi? Lì comincia la parte interessante.