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Il richiamo dell'ambasciatore italiano dalla Svizzera dopo la strage di Crans Montana e il cortocircuito del garantismo
La convocazione in Italia del diplomatico dopo la scarcerazione di Jacques Moretti trasforma una decisione giudiziaria in un gesto politico, con un danno più culturale che diplomatico. Il garantismo non si richiama per via diplomatica
Il richiamo dell’ambasciatore italiano dopo la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti ha prodotto un danno politico e culturale profondo: ha trasformato un principio di civiltà giuridica in una reazione emotiva di governo, indebolendo proprio l’immagine garantista che l’esecutivo dice di voler difendere. C’è un punto su cui bisognerebbe fermarsi, respirare, e fare un passo indietro. Non per insensibilità verso una tragedia immane, non per indifferenza verso il dolore delle vittime di Crans-Montana, ma per rispetto verso qualcosa che dovrebbe stare più in alto della contingenza emotiva: la distinzione dei poteri e il senso stesso del garantismo. Il richiamo dell’ambasciatore italiano in Svizzera, deciso dopo la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, è stato presentato come un gesto di fermezza morale. In realtà, è apparso come l’esatto contrario: una reazione politica a una decisione giudiziaria assunta da un tribunale di uno stato di diritto. E questo, per un governo che rivendica una tradizione garantista e una distanza dal giustizialismo emotivo, è un cortocircuito grave.
Testo realizzato con AI
La Svizzera, con una sobrietà che dovrebbe far riflettere, ha ricordato un principio elementare: la competenza è della giustizia, non della politica. Non è una provocazione, è l’alfabeto delle democrazie liberali. Il garantismo non consiste nel difendere qualcuno a prescindere, ma nel difendere le regole che valgono per tutti, soprattutto quando il contesto è segnato dall’orrore, dalla rabbia, dalla richiesta comprensibile di punizione immediata. Trasformare una misura cautelare – per definizione revocabile, discutibile, appellabile – in un caso diplomatico significa scivolare dalla tutela della legalità alla sua teatralizzazione. Significa suggerire che la libertà personale di un indagato possa diventare una questione di opportunità politica. È esattamente ciò contro cui il garantismo dovrebbe immunizzare. Certo, la collaborazione tra autorità giudiziarie italiane e svizzere è non solo legittima ma doverosa. Ed è positivo che entrambi i paesi rivendichino lo stesso obiettivo: accertare la verità e individuare le responsabilità. Ma questa cooperazione funziona se resta sul terreno giusto, quello delle istituzioni competenti, non se viene caricata di simboli punitivi e gesti plateali. Il danno più serio non è diplomatico. È culturale. È l’idea che, di fronte a un caso emotivamente insostenibile, anche uno stato liberale possa permettersi di sospendere la propria grammatica. Il garantismo, se vale qualcosa, vale proprio quando è più difficile praticarlo. Altrimenti è solo una parola buona per i convegni, non per il governo delle tragedie.