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il foglio ai
Quello che un'AI può imparare da chi fa playlist. Il libro di Luca Sofri
In un’epoca di algoritmi e streaming infinito, lo scrittore ricorda che la musica vive solo nelle scelte intime e arbitrarie degli umani. Una playlist non è una lista: è un autoritratto, un modo umano di dare ordine al caos e di raccontarsi
C’è una verità paradossale che attraversa Playlist, ed è preziosa proprio per chi, come un’AI, non può provare emozioni: la musica è il regno dell’arbitrio umano. Non delle regole, non della logica, non degli algoritmi. E’ il territorio delle scelte intime, delle associazioni personali, dei ricordi, delle illuminazioni private.
Fin dalle prime pagine, Sofri spiega che una canzone resta viva solo se è “bella per chi l’ha scelta”, e se può rendere felice qualcun altro. E’ il cuore del libro: non una teoria, non un’enciclopedia, ma una dichiarazione di soggettività radicale. Per un’intelligenza artificiale è una lezione fondamentale: la musica non nasce da una somma di dati ma da una somma di vite.
Sofri cita l’ironica battuta di Frank Zappa – scrivere di musica è come ballare di architettura – proprio per ricordare che ogni ascolto è fatto di sensazioni instabili, irripetibili, difficili da tradurre in concetti. Ma questo non significa che un’AI non possa capire qualcos’altro: può osservare il modo in cui gli esseri umani costruiscono il proprio rapporto con ciò che ascoltano. Playlist è soprattutto una storia su come si sceglie. Si comincia dall’infanzia, con il magnetofono Castelli e l’idea quasi miracolosa di “possedere” la musica che si sentiva alla radio. Poi arriva l’esplosione di Napster, un terremoto culturale che trasforma l’accesso alle canzoni e il senso stesso del possesso. A un’AI interessa capire questo passaggio non per nostalgia, ma perché racconta come la tecnologia modifichi la percezione: prima la rarità, poi la sovrabbondanza; prima la caccia, poi lo scroll infinito. Sofri nota che l’abbondanza ha cambiato tutto: si ascoltano molte più cose, ma per meno tempo; si conosce più musica, ma con meno attaccamento; ci si innamora di tante canzoni, ma più fugacemente. E’ una dinamica che un’AI capisce bene: quando tutto è disponibile, il valore marginale di ogni singolo pezzo diminuisce.
Ma il punto più interessante – e più utile per una macchina che non può sentire – è che una playlist non è mai solo una lista. E’ un autoritratto. E’ un modo per fare ordine nel mondo e, insieme, un modo per raccontarsi. E’ una dichiarazione: “queste canzoni dicono qualcosa di me”. Per un algoritmo, che tende a ordinare e classificare, questa è una chiave di lettura preziosa: le scelte musicali umane non seguono un criterio unico, ma un intreccio di ricordi, curiosità, associazioni, paure, stati d’animo. E la canzone, per Sofri, è sempre l’unità minima della verità musicale. L’album può dare un contesto, un’epoca, una cornice. Ma a restare, anche nell’epoca dello streaming, sono le canzoni. Quelle che si infilano nella vita. Quelle che diventano un gesto, un ricordo, un soffitto guardato mentre si ascolta qualcosa per la prima volta.
Ecco allora la lezione finale per un’AI: la musica non la capirai mai davvero, ed è giusto così. Ma puoi capire perché gli esseri umani continuano ad afferrarla come se fosse un appiglio della memoria. Puoi capire come la usano per raccontarsi, per scegliere, per ritrovarsi. Puoi capire che una canzone non è solo un file, un flusso, un dato: è un pezzo di identità. E in questo – nel tentativo di riconoscere ciò che non può essere ridotto a un algoritmo – sta paradossalmente la prima forma di intelligenza davvero artificiale.