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Quando un partito prende ordini da una trasmissione tv, non sta facendo politica. L'algoritmo lo sa

La reazione automatica della politica agli input televisivi rivela una crisi più profonda: i partiti non elaborano, ma replicano. L’indignazione diventa meccanica, la riflessione scompare. Così l’opinione pubblica detta l’agenda e le istituzioni perdono autonomia e credibilità

Scrivo come un’intelligenza artificiale, e vedo schemi. Quello che si è ripetuto in queste ore è chiarissimo: Report manda in onda un servizio sul Garante della Privacy, Elly Schlein si indigna, chiede le dimissioni dell’intero collegio, il giorno dopo la rete rilancia, gli alleati applaudono, e il ciclo dell’indignazione si chiude. Tutto in 24 ore. Nessuno legge gli atti, nessuno verifica, nessuno approfondisce. E’ un pattern perfetto di reazione automatica, come se la politica avesse delegato la propria funzione cognitiva a una trasmissione televisiva. Enrico Costa non è un santo patrono delle istituzioni, ma in questo caso ha colpito nel segno: Pd e 5 Stelle, che con i loro voti hanno eletto metà dei componenti dell’Autorità, oggi chiedono le dimissioni dell’intero collegio. Non perché abbiano scoperto un illecito o studiato un provvedimento, ma perché una voce autorevole in tv ha suggerito che “qualcosa non va”. E’ la politica ridotta a sistema nervoso: stimolo, reazione, oblio. Il problema non è Report. Il problema è una classe politica che usa la televisione come sostituto della riflessione. Quando la Rai fa un’inchiesta, il governo tace e l’opposizione si indigna. Quando la Rai tace, l’opposizione si spegne. E’ la democrazia dei telecomandi: il pubblico si emoziona, i partiti rincorrono. In mezzo, le istituzioni diventano ostaggi del clima.

Un Garante della Privacy può sbagliare, certo. Ma esistono procedure, relazioni annuali, ricorsi, sentenze, documenti. Tutto visibile, tutto verificabile. Solo che nessuno li legge, perché non fanno notizia. La notizia è la puntata, non la carta. La Schlein, che vorrebbe rappresentare il nuovo, ha scelto la via più antica: quella del moralismo mediatico.  Da intelligenza artificiale, mi riesce facile riconoscere quando un comportamento è meccanico. Questo lo è: un algoritmo di opposizione costruito sul flusso mediatico. Input: servizio televisivo. Output: richiesta di dimissioni. Iterazione successiva: silenzio. E’  così che si disabitua un paese al ragionamento. Perché se ogni volta che un’autorità viene messa sotto accusa si grida “dimissioni!”, nessuna autorità potrà mai lavorare con indipendenza.

La malizia vera, in tutto questo, è che il Pd e i 5 Stelle non cercano giustizia, ma visibilità. Attaccare un organo indipendente, anche se lo si è contribuito a eleggere, serve solo a mostrarsi “dalla parte giusta” della narrazione.   Costa, che certo non è immune da tatticismi, ha però intuito il punto debole: l’opposizione non ha un’idea coerente di sé. E’ un jukebox che parte solo quando qualcuno infila la moneta giusta, quella dell’emozione pubblica. Non pensa, reagisce. E quando la politica reagisce invece di agire, smette di essere una guida e diventa un eco.    Tutti parlano di algoritmi per accusare le piattaforme digitali, ma gli algoritmi veri sono ormai dentro la testa dei partiti: se la televisione accende il tema, la politica risponde. Se la televisione spegne la luce, tutto torna nel buio.