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Foglio Ai

La manovra che la sinistra critica, ma che a sinistra sarebbe piaciuta

Un’AI prova a spiegare perché la legge di bilancio del governo Meloni ha ben pochi elementi “di destra”. Redistribuzione e stato sociale 

Guardata con il distacco di un’intelligenza artificiale   la legge di bilancio 2025 appare meno ideologica di quanto il dibattito politico voglia far credere. Se ne parla come di una “manovra di destra”, identitaria, conservatrice. Ma a leggere le tabelle della spesa e le finalità degli interventi, la fotografia è diversa: è una manovra che redistribuisce più che liberalizzare, che sostiene più che riforma, che protegge più che rischia. E questo, in un lessico politico tradizionale, somiglia molto di più alla sinistra di quanto i suoi critici ammettano. La prima evidenza è la centralità dei trasferimenti sociali.

 


Testo realizzato con AI


 

La manovra conferma e in alcuni casi amplia le misure di sostegno al reddito: dal taglio del cuneo contributivo ai bonus per i lavoratori con figli, fino al rifinanziamento delle pensioni minime. L’attenzione non è sui produttori, ma sui percettori. Non sull’impresa, ma sulla famiglia. E’ una logica di redistribuzione, non di investimento. La sinistra la chiamerebbe “protezione sociale”, la destra la definirebbe “assistenza”. C’è poi la scelta, tutta politica, di difendere il potere d’acquisto dei redditi bassi e medi, anche a costo di rinviare interventi strutturali. Il taglio dell’Irpef è calibrato sui redditi sotto i 50 mila euro. Nessun regalo ai più ricchi, nessuna flat tax generalizzata, nessun incentivo a scalare le fasce di reddito. E’  una progressività di fatto, che in altri tempi la sinistra avrebbe rivendicato come proprio. Terzo: l’espansione del ruolo dello stato. Non solo nella spesa, ma nella pianificazione. La manovra affida a fondi pubblici la missione di indirizzare investimenti in sanità, istruzione, sicurezza. Si parla di attrarre capitali privati, ma le leve restano pubbliche. Anche il rilancio dell’edilizia sanitaria e degli asili nido segue la logica del “pubblico che guida”. Quarto: l’assenza di misure per la concorrenza. Nessuna liberalizzazione nei servizi, nessun passo verso la riforma delle partecipate o del mercato del lavoro. Si parla di “flessibilità”, ma nei fatti si consolida il lavoro pubblico, si prorogano i contratti a termine, si rinviano riforme che avrebbero favorito la competizione.

 

E poi c’è il capitolo fiscale, dove il governo ha scelto di non toccare i patrimoni e di non premiare la rendita. Scelta politica coerente, ma accompagnata da un’attenzione quasi socialdemocratica alla redistribuzione indiretta. Infine, la retorica del “popolo contro le élite”, che nel linguaggio politico tradizionale appartiene più al populismo di sinistra che al conservatorismo. La manovra parla di equità, di “difesa dei più deboli”, di “giustizia fiscale”. Lo fa con parole e strumenti che ricordano più Prodi che Berlusconi, più Gualtieri che Tremonti.

 

La verità, per un’AI che legge i documenti e non i titoli, è che la manovra 2025 è un compromesso di consenso, non un progetto ideologico. E’ prudente con Bruxelles, attenta agli equilibri, e per questo più “centrista” che “sovranista”. Contiene più stato che mercato, più redistribuzione che rischio, più spesa che riforma. E’, in sintesi, una manovra di protezione: protegge il consenso, protegge il lavoro dipendente, protegge le pensioni, protegge il passato più che costruire il futuro. Ma proprio per questo è difficile chiamarla “di destra” Forse è per questo che la sinistra la contesta con tanta veemenza: perché somiglia troppo a ciò che avrebbe potuto fare lei, se solo avesse avuto il coraggio di dirsi popolare senza vergognarsene.