Il Figlio
Ammaniti e la mostruosa fatica di diventare grandi. Nilo ha tredici anni
In "Il custode" lo scrittore mostra il lato opposto della paura, quella di un ragazzino immerso in una Sicilia rurale tanto agreste e ottocentesca, quasi da Rosso Malpelo, quanto ultra contemporane
Nulla può far più paura dell’amore, per quanto possa appare un capovolgimento di senso è da qui che prende avvio l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti. Tre anni dopo "La vita intima", Ammaniti si muove in parte ancora sul medesimo terreno con "Il custode" (Einaudi Stile Libero) mostrando il lato opposto della paura, quella di un ragazzino immerso in una Sicilia rurale tanto agreste e ottocentesca, quasi da Rosso Malpelo, quanto ultra contemporanea.
Come sempre nella sua letteratura Ammaniti si muove all’interno di una dualità, che ha il sapore simbolico della favola letteraria e di una declinazione contemporanea di Pinocchio come del gioco inteso come gaming dentro al quale o si passa al livello superiore e alla sue maggiori difficoltà oppure si muore, non ci sono altre possibilità. La madre Agata e la zia Rosi commerciano in marmo, lo lavorano e lo rivendono, attorno a loro si aggirano figuri più o meno mostruosi e disperati, sempre asimmetrici, dai volti scomposti e spaventosi come maschere da commedia dell’arte. Questo lo spettacolo quotidiano che la famiglia e il paese di Triscina offrono agli occhi di Nilo, il figlio tredicenne di Agata che la madre tiene con la durezza di una madre sola che poco sembra di poter concedere all’affetto e ai sentimenti. Da un lato c’è il marmo espressione di lusso e modernità, raffinatezza e pacchianeria insieme, dice la zia Rosi ai clienti : “Il marmo è solido ed eterno e unisce forza e bellezza. Per questo, nonostante le nuove materie sintetiche, continua a essere considerato la pietra nobile per eccellenza, scelto nei templi antichi come nelle dimore di oggi. Se volete dare un tocco di raffinatezza alla vostra casa, è perfetto”. Il mai domo tocco di raffinatezza che ogni italiano dal miracolo economico in poi insegue con l’ansia di un segugio. Ma poi c’è anche lo spettacolo che va al di là dello show-room dei marmi, tutto luci e lucentezza della famiglia Vasciaveo, ed è quello offerto da Triscina: “Case che poggiano sulla sabbia senza affondare, costruite così vicine alla riva che il mare d’inverno le ricopre di sabbia come rovine di una civiltà dimenticata”. Ammaniti da voce a Nilo, lui racconta quello che vede e che accade e lui si troverà nel mezzo di un primo amore che rischia di cambiare non solo la sua vita per come l’ha sempre conosciuta, ma quella della sua famiglia e di tutto il suo paese. Perché i Vasciaveo hanno un compito che è un mandato e una missione da cui nessuno della famiglia, Nilo compreso, può chiamarsi fuori. Un obbligo in nome del quale tutta la vita inizia e finisce a Triscina. Sarà così una donna, Arianna, e sua figlia, Saskia, provenienti da fuori paese a far mettere in discussione compiti e priorità a Nilo rischiando di liberare però qualcosa di orribile e di spaventoso.
Niccolò Ammaniti ha il pregio di una narrazione lineare, asciutta e affilata. Una narrazione che non teme etichette di genere. Ed è questa apparente semplicità a restituire ai lettori uno stupore che non può che essere condiviso con quello del giovane Nilo: “Il mare era mosso e ruggiva in fondo alla spiaggia. Correvo lungo la litoranea scandita dai lampioni che spandevano sull’asfalto coni di luce gelida. L’eccitazione mi cresceva nel petto e l’adrenalina mi scorreva nelle vene e la testa, senza pensieri, contava i passi che mancavano. Ma ogni tanto, senza più fiato, rallentavo e pensavo ad Arianna nella cabina del camion con quell’orco. Non riuscivo a capire”. Ammaniti restituisce tra orchi e mostri (tutti umani), una tenerezza inossidabile, quella dell’infanzia che guarda al mondo con uno stupore capace di resistere al male. Nilo percepisce il pericolo e decide di attraversarlo fino a liberarsi dalla paura, conquistando una bellezza obliqua e storta come la fatica che fa diventare grandi.