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Il Figlio

Storia di una diserzione e di una fattoria sperduta. Un soldato col rossetto 

Giulio Silvano

Nel breve romanzo di H.E. Bates "Tripla eco", l'elemento della natura appare come una contraddizione al caos della guerra e la poesia del paesaggio fa venire voglia di abbandonare il fucile

La fattoria era una di quelle piccole fattorie semisperdute che rimangono isolate dalle strade principali d’estate dietro strette barriere di faggi e castagni”. Siamo al terzo anno di guerra. Alice Charlesworth, la proprietaria della fattoria, ha il marito in un campo di prigionia giapponese. Più che per un’eventuale invasione tedesca, è preoccupata che le volpi le mangino le galline. Perché lì, nella campagna inglese, la guerra sembra “a un milione di chilometri di distanza”. Un giorno, mentre inizia a far buio, intravede una sagoma sulla sua proprietà. E’ un giovane soldato, magro, biondo, che ha “l’aria da ragazzino” e gli occhi blu spaventati. Dopo un primo confronto, lei lo invita per un tè e delle uova, che ha in abbondanza, e così lui per le successive settimane torna appena può, la aiuta ad aggiustare il trattore e raccogliere il trifoglio e mungere le mucche. Anche perché lui, per sua stessa ammissione, sa fare meglio il contadino che non il soldato. Si rendono conto di “sentirsi fuori dalla guerra”, come se la fossero lasciata alle spalle, mentre ascoltano gli uccellini e mangiano pudding. Si sentono “in una specie di vuoto”. 

 

E così decidono di fare una pazzia. “Io lì non ci torno”, dice lui, e diserta. Lei lo protegge, facendogli crescere i capelli, mettendogli il rossetto e facendolo passare per sua sorella. E qui cominciano i drammi, da thriller tragico. 

 


In questo breve romanzo, "Tripla eco", di H.E. Bates, tradotto per Adelphi da G. Granato, l’elemento della natura appare come una contrapposizione al caos della guerra, col suono degli usignoli e i colori del cielo, come in un haiku. La poesia del paesaggio fa venir voglia di abbandonare il fucile. Il latte appena munto è un sogno rispetto al rancio, dormire in un fienile è meglio che farlo nelle baracche. L’incontro tra Alice e il giovane soldato è un pretesto narrativo che crea densissimi momenti di tensione. Un manuale, questa novella, su come si può scrivere una storia semplicissima e asciutta ma potente, lasciando un non detto sulle emozioni dei personaggi, visibili da come guardano gli altri, o da come fissano l’orizzonte. Non a caso ci hanno anche fatto un film, a cui gli americani, non sofisticati, hanno dato il titolo Soldato in gonnella.  Bates era stato pilota nell’Air Force e aveva iniziato a scrivere storie di battaglie e dei valorosi eroi per l’esercito firmandosi Flying Officer X. Prolifico – il suo coccodrillo sul New York Times segnala cinquanta libri – aveva iniziato a scrivere Tripla eco durante il conflitto per poi abbandonarlo. L’ha ripreso in mano e l’ha pubblicato nel 1970, poco prima di morire. Una riscoperta, Bates, forse perché oggi la guerra è tornato un tema sempre meno esotico, così come il disertare – “Sul mare e sulla terra chi ci salverà? / Ci salverà il soldato che non la vorrà / Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà”, cantava De André. Ma anche perché Bates è uno scrittore considerato rurale – il Times di Londra scrisse nel necrologio che “era nella linea diretta di successione degli scrittori di narrativa campagnola inglese che comprende George Eliot, Hardy e D. H. Lawrence”.
“Mentre pedalava verso casa, fermandosi lungo la strada a spezzare qua e là nel bosco qualche ramo di agrifoglio o tasso, di quercia o faggio ancora carico di ghiande e gusci, la spensieratezza si fece totale. Erano giorni che non vedeva i carri armati. L’intera vallata si stendeva sotto di lei come un enorme stagno verde, vergine, calmo e pacifico”. E oggi anche la campagna è tornata sinonimo di fuga, dall’Ai e dalla rete e da Slack, e i feed di Instagram sono pieni di gente che racconta di aver mollato il lavoro a Milano per costruirsi una capanna “off grid” in qualche valle montana dove non si vedono più gli eserciti di rider di Glovo. 

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